Naso, satelliti, balise e un paio di Altra fuse: ultima puntata del nostro viaggio nelle gare GPS-only. Alias Balisatura senza balise.
Questa puntata è arrivata tardi: il GPS, con umorismo perfino eccessivo, ha deciso di scriverne l’ultimo capitolo.
Sopra Malcesine, tra cima Piombi e Val Finesta a circa 1200 metri di quota, un incendio sembrava spento. D’accordo con la Protezione Civile sono salito in modalità trail per verificare. Sul posto, indicazioni e fotografie servivano quanto una mappa del tesoro disegnata da un bambino piccolo.
L’incendio l’ho trovato con il naso. Pensavo che i cani annusassero tartufi o selvaggina; trovare fumo sottoterra spettava invece a me. Ho seguito l’odore, con meno addestramento e più incoscienza. Diciamolo piano, altrimenti finirò all’aeroporto ad annusare bagagli. Come volontario, ovviamente.
Sotto pietre innocue, le braci bruciavano torba e scaldavano le rocce: una bomba a orologeria. Ho contenuto i focolai fino all’arrivo di due squadre; il GPS ha comunicato loro la posizione esatta.
La comunità mi ha ringraziato. Mia moglie, pragmatica, mi ha ricordato che sono padre di famiglia, che due ore di allenamento erano diventate sette e che avevo distrutto un paio di Altra quasi nuove. Scarpe da ultra, non da carboni ardenti. In casa l’eroismo segue altri criteri.
Il naso ha trovato l’incendio. Il GPS ha permesso agli altri di trovare me.
Io quindi riesco a perdermi seguendo una linea colorata sullo schermo, ma se serve trovo un incendio sotto terra. Forse l’anello mancante è tra Homo Ergaster e Homo Addicted alla tecnologia. Invece di scegliere, dovremmo farli collaborare.
Se avessero cento volontari
Nelle prime tre puntate abbiamo processato il triangolino. Ora serviva un caso concreto: la Montana Crest, gara lunga e in linea su un crinale isolato.
Ho chiesto all’organizzatore Elio Piccoli se, con cento volontari e un buon budget, resterebbe una gara GPS. Sì: posare la segnaletica è metà del problema; l’altra è raggiungerla quando vento, animali o creativi del sabotaggio collaborano all’organizzazione.
La traccia della Montana Crest non è stata disegnata al computer: è stata percorsa a piedi. Con più volontari Elio presidierebbe alcune zone strategiche e aggiungerebbe segnali nei due o tre punti risultati critici durante l’edizione zero. Il GPS, però, resterebbe obbligatorio.
Questa è la prima risposta importante: non assenza totale di segnalazione, ma segnalazione mirata dentro un format fondato sulla navigazione.
La giuria popolare
Instagram non è l’ISTAT, anche se entrambi ospitano persone convinte di sapere come vive il resto del Paese. I commenti offrono però uno spaccato interessante.
Andrea Zanconato ha vinto la Garda Trentino Extra 150 senza balise. La rifarebbe, ma ammette la difficoltà di guardare insieme terreno e traccia e il vantaggio dei locali. Primo e secondo sbagliarono anche insieme: la compagnia rende l’errore pure democratico…
Pierluigi solleva l’obiezione più seria: dopo trenta ore controllare il GPS, non inciampare e valutare un errore non è necessariamente divertente. Altri apprezzano minore impatto e consapevolezza. Uno taglia corto: «Mi perdo già ogni settimana negli allenamenti».
Qualcuno annuncia una 30 km soltanto GPS. Test interessante: capiremo se la filosofia funziona anche sul corto o se, accelerando, il triangolino diventa un ostacolo.
Non tutte le gare devono essere per tutti. Non ti presenti all’America’s Cup con un pedalò, per poi protestare che gli altri avevano troppe vele.
Di chi è la responsabilità?
Resta l’accusa più delicata: il GPS restituisce responsabilità all’atleta oppure offre all’organizzatore un modo per scaricarla?
Secondo Elio, ognuno deve tenersi la propria parte. L’organizzazione fornisce traccia verificata, informazioni e segnala i punti critici. L’atleta deve saper usare il GPS, studiare, leggere le istruzioni e portare un secondo dispositivo con cartografia più ampia.
L’errore più comune? Voler strafare: intuito, chiacchiere, un bivio mancato e cinquecento metri dopo la scoperta che la montagna ha cambiato programma senza consultarci.
Il GPS non elimina l’errore: ne cambia la grammatica.
Chi non dovrebbe iscriversi? Per Elio, non il lento ma chi rifiuta la filosofia dichiarata: comunità, viaggio e condivisione prima della classifica. Pretendere altro è come contestare l’assenza del sushi in trattoria.
Il verdetto
Chi sono io per giudicare? Continuo a organizzare una gara balisata, il PanoramicTrail, conoscendone utilità, difficoltà e costi. La balisatura ha tre atti.
Il primo, posare i segnali sul percorso, è il più divertente e permette di controllare lo stato dei sentieri pochi giorni prima della gara. Se però arriva il maltempo, o magari un incendio, il divertimento resta tutto mio: i volontari mi mandano comprensibilmente a quel paese e mi tocca percorrere da solo i settanta chilometri totali dei tracciati.
Il secondo è il più misterioso e preoccupante. Le fettucce trascorrono alcune notti temporaneamente “abbandonate”: verranno mangiate, bruciate, spostate o sequestrate dagli alieni? Dormire sul crinale risolverebbe la questione prima del divorzio definitivo?
Il terzo è il più impegnativo e importante: recuperarle tutte, riportarle a casa e cancellare ogni traccia del passaggio umano nella natura. Non per norme ambientali o VinCa, ma per spirito e sensibilità nei confronti dell’ambiente.
Probabilmente, nelle gare corte e medie, tutto questo favorisce velocità e una sicurezza relativa. Relativa perché una bandella può sparire o essere spostata: nel dubbio, anche il percorso meglio segnato ha bisogno della conferma GPS.
Sulle 100 miglia il discorso cambia. Se non ti chiami UTMB o TOR e non puoi mobilitare un intero territorio, ma soprattutto garantire che la comunità nella sua interezza sia consapevole della questione, assicurarsi che centinaia di chilometri di segnaletica restino integri e controllati è obiettivamente impossibile. Scegliere il GPS dopo avere verificato la traccia sul terreno, dichiarato le regole e segnalato i punti critici non è comodità: è un format diverso, che appoggio proprio sulle prove lunghe.
Le bandelle non sono il male e il satellite non è certo un santo ecologista: l’inquietante discarica di detriti che gironzola in orbita sopra le nostre teste gli ha già revocato l’aureola. La differenza la fanno il percorso, il progetto e l’onestà con cui si spiegano le regole.
Non dobbiamo scegliere tra Homo Ergaster e Homo Addicted. Ci serve un atleta che annusi forse il fumo, legga la montagna, usi il GPS e lo controlli prima di percorrere cinquecento metri nella direzione sbagliata.
Il triangolino può anche restare sullo schermo: basta non spegnere ciò che sta dietro agli occhi. A quello che cova sotto terra, invece, ci penso io. (A spese delle mie Altra).




