Mi piace scrivere dei racconti per ogni mia avventura. Iniziamo con il deserto di Atacama, in Cile. Un deserto che mi ha dato tanto e ha costruito un pezzo in più del mio cuore.
Prendete tutte le emozioni che si possono avere in uno o più anni di vita, fatto? Bene.
Ora schiacciatele tutte e cercate di farle stare in una valigetta della grandezza di 15 giorni. Ecco, otterrete, una gara di corsa nel deserto di Atacama, Cile.
Perché così tante emozioni? Date un occhio alle foto per avere un millesimo di quello che si prova ad essere lì. Lì, proprio lì, a 4400 mt di altezza, lì a correre sopra tutti quei metri sentendosi vicino a Dio. E anche se non si crede ad un Dio si capisce che c’è qualcosa di inspiegabile che ha creato tanta bellezza. Questa gara colpisce in tutti i sensi. Come prima cosa correre tra i 3600 e i 4400 è davvero dura. I battiti salgono a una velocità pazzesca e ci si trova immediatamente sopra soglia cardiaca. I muscoli si stancano facilmente e la voglia di fermarsi aumenta ad ogni metro percorso. Manca il fiato, manca l’acqua (è il deserto più arido del mondo), mancano le forze ma non mancano le sensazioni fantastiche. Avevo un bel punto di domanda in merito a questa gara: come ci si sente sopra i 4000? E correre a 4000? L’ho presa come una cosa nuova da assaporare, una cosa che non poteva essere prevista e che, come tale, non giustificava seghe mentali. Se non c’è soluzione ad un problema è stupido farsi venire il fegato amaro giorni e giorni prima, o no? Sta di fatto che mi chiedevo come avrei reagito all’altitudine, che sensazioni si provano, se ce l’avrei fatta a fare 230 km tra i 2800 e i 4400.
Ecco la risposta è arrivata dopo la prima tappa: mal di montagna + mal di testa + nausea e vomito uguale camera iperbarica!
Quest’ultima non è una bellissima esperienza ma dopo si sta meglio di sicuro. Prima di scrivere questo pezzo ho dato un occhio ad alcune riprese video che ho fatto mentre ero in tenda moribonda e cotta come un capitone a Natale. Cercavo di fare dell’ironia (mai perderla, nemmeno nei momenti più difficili, credo sia la cosa che mi ha salvato da molte situazioni) dicendo che io dovevo correre e non andare su verso il cielo, verso Dio. Io non ne avevo bisogno, stavo così bene a 2/300 mt di altezza… Ridevo e dicevo ma perché ho deciso di fare sta gara? Ma chi me l’ha fatto fare? Ho pensato di tutto ma mai ho pensato ad abbandonare.
Il giorno dopo (solo la seconda tappa) mi aspettavano 40km, il terzo giorno mi è venuta la dissenteria, il quarto mi chiedevo cosa mi aspettasse (un masso in testa alla Willy il coiote? L’ibernazione?) in realtà il corpo piano piano si abitua e si “plasma” a quello che è l’ambiente intorno. Questa è una delle sensazioni che più adoro di queste gare che durano giorni e che molti non hanno la fortuna di conoscere. Gli stessi “molti” che ci danno dei pazzi e preferiscono passare la domenica in un centro commerciale oltre il consumismo più sfrenato. Ognuno ha il suo “Oltre”. E ognuno nel suo oltre trova una gratificazione. Alcuni chiedono perché lo fai? Ma chi te lo fa fare di fare fatica? Credo che anche mettere al mondo un figlio sia faticoso, allevarlo, farlo crescere, farlo nascere mi sembra sia più faticoso di 8 tappe a 4400 metri.
Perché allora non ci si pone mai il problema? Tutto sta nei parametri che si usano per dare un giudizio. Tutto ciò che appare “normale” non sembra essere faticoso, oppure, anche se risulta tale, si procede, senza mai porsi il dubbio mollo o non mollo. Quando si tiene a fare una cosa, se è davvero parte di noi, se l’abbiamo sognata e voluta per tanto tempo, si fa e basta. Una cosa che penso spesso nei momenti di crisi è che se sono lì è solo perché l’ho voluto io, ho anche pagato dei soldi per fare questo, non sono una superstite di un incidente aereo, non sto camminando da giorni alla ricerca di un soccorso. Sono solo in un deserto, sola, con il sole, il caldo (o il freddo) e basta.
Sarà mica un dramma dai! Pensate ad essere in coda in autostrada o in cassa al supermercato, lì si che si ha la sensazione di perdere tempo! Pensate a fare il minatore, a chi muore di fame a chi non è felice di essere dov’è. In questi momenti si capisce che le dita della nostra mano sono un ottimo abaco per contare le cose davvero importanti. Ogni dito è una persona cara, una cosa importante da fare, un sogno da perseguire. Sulle dita non c’è posto per macchine costose, cellulari all’ultimo grido o finte gioie. Devo dire che in Atacama ho dovuto usare il mio abaco personale parecchie volte.
E’ stata una gara splendidamente dura perché mi sono resa conto che era necessario cambiare immediatamente tutti i parametri e le aspettative. Subito, dai primi minuti di gara: prima salita e via, cotta, bollita, out. Qualcosa non andava, eppure nemmeno la rampa del garage è così poco pendente, eppure zero energie: gambe pesanti da nonna ottantenne, stanca, ferma come un mulo. Non mi restava che trovare una soluzione e subito. Ho così trovato l’amica Umiltà che mi ha suggerito di camminare e di capire che non potevo comportarmi come avevo sempre fatto. In uno dei video dico che “mi sembra di non correre da anni” tanto andavo piano e avevo il fiatone. Ma tutta questa fatica era appagata da due cose: il posto spettacolare e la voglia di portare a casa la mia terza tappa del progetto RUN FOR WOMEN. Non potevo mollare proprio a metà, avevo un compito, lo facevo certo per me stessa, ma anche per dimostrare a tutte le donne che ce la si può sempre fare e forse questo “scarica barili” mi ha aiutato molto. Leggere queste parole seduti comodi su un divano mi fanno pensare che non sia stata così dura, ma poi rivedo i video e affiorano nella mente diversi dati riscontrati in quota:
Battiti a riposo 80 (in genere ne ho 43 circa)
Battiti camminando molto tranquilla 120 (a velocità lungo lago di Lugano con il cono gelato per intenderci e, in genere, ne ho 70/80)
Corsetta in piano velocità 6 km/h 140 battiti, in genere, in condizioni normali, faccio fatica ad arrivare a 120.
Per non parlare della pesante sensazione, soprattutto nella prima tappa, dove si saliva a 4400 per poi scendere a 4000 e tornare a 4200 in pochi km: ubriaca! Come se avessi in corpo due mojito a digiuno. Anche qui cambiano i parametri, in peggio però: 3 km reali da percorrere appaiono 20 ed ogni micro salita diventa un Everest.
Un giorno un giornalista mi ha chiesto cosa fosse per me il “limite”. La mia risposta è stata che il limite è il confine tra la consapevolezza di potercela fare e provare ad osare e la stupidità. Detto questo non credo di essere mai arrivata a un limite perché fortunatamente esiste ancora in me la paura. Se non ci fosse questa sensazione credo ci saremmo già estinti. La paura in queste gare, il temere qualcosa, porta ad avere saggezza e a cercare di ponderare rischi ed energie creando un cocktail vincente. Saggezza vuol dire, a volte, anche perdere una gara ammettendo che chi ci sta sorpassando è più forte e più allenato e, per questo, merita di vincere. Credo che una gara a tappe, paragonata a una gara che ha la durata di un solo giorno, porti ad un’analisi di se stessi, del proprio oltre e, perché no, della propria vita in modo più completo. Attraversare un deserto e viverlo per una settimana in modo così intenso non allena solo le gambe, ma permette un percorso mentale e di vita che è sempre molto raro fare in altre occasioni. Non è un andare “oltre” come molti dicono, non è una cosa così estrema, è un mettersi davanti a uno specchio e guardarsi in modo approfondito, senza maschere. Un viaggio introspettivo oltre quello che è l’apparenza e l’ipocrisia di “raccontarsela su”.
Credo anche che correre in un deserto non sia una cosa così “impossibile” e “per pochi”, come molti descrivono. Basta volerlo, come tutte le cose. Basta avere un desiderio, un sogno e alzarsi tutte le mattine con la voglia di farlo avverare. Come dico sempre siamo nati tutti allo stesso modo, è dopo che si decide cosa fare di noi stessi e quale percorso decidere di… correre.
Buone corse girls, Il caoch KaT
PS: DITECELO VI PREGO!
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