Chi legge trailrunning.it ha tutto il diritto di trovare trail, non un sermone pseudo ecologista travestito da articolo serio. E allora mettiamoci subito d’accordo: sì, stiamo parlando di trail.

Più precisamente delle nostre trasferte, dei lunghi fatti lontano da casa perché “là è più bello”, dei weekend di gara ma anche dei volontari da muovere, dei ristori da montare, dei pacchi gara da offrire. Solo che stavolta la parola energia non riguarda le gambe vuote o la testa che molla in salita, riguarda gasolio, elettricità, logistica, costi, e se quella energia si impenna, anche il trail torna ad essere quello che è davvero: uno sport bellissimo, ma immerso in una sorta di realtà da picco glicemico.

Nel trail la parola sostenibilità è stata spesso trattata come una medaglia da appuntarsi addosso! Bella, rassicurante, buona per i post e per i discorsi ben confezionati, solo che adesso rischia di presentarsi nella sua forma più nuda: sostenibilità economica domestica. Per intenderci, quella del bilancio della nonna, perché quando il petrolio torna a correre, non sale solo una quotazione da controllare sul mercato dei futures di borsa: sale il costo del trasporto, della logistica, delle forniture, delle bollette, dei servizi. E alla fine sale anche il costo del nostro sport.

Se qualcuno pensa che sia un tema troppo grande per il nostro piccolo mondo di sentieri, vuol dire che non ha ancora capito quanto il trail dipenda dall’energia, anche quando finge di esserne lontano. Un’auto per andare a provare il percorso. Un furgone per il materiale. Un mezzo per il ristoro, volontari che si spostano, docce calde, segnaletica, premi, musica, speaker, persino il panino finale con la mortadella, ha dietro una filiera che non gira a entusiasmo ma a costi reali.

E dentro questo ragionamento dobbiamo avere il coraggio di mettere anche una cosa molto semplice ma molto scomoda: ogni volta che decidiamo di andare ad allenarci lontano da casa, di provare un percorso in macchina, di fare cento o duecento chilometri per un lungo “più bello”, oppure di attraversare mezza Italia per una gara, stiamo compiendo anche una scelta energetica. Quel viaggio consuma carburante, genera costi, pesa sulla filiera e, sommato a migliaia di altri piccoli gesti simili, racconta il rapporto reale tra trail e sostenibilità molto più di tanti slogan. Questo non significa smettere di andare alle gare. Significa smettere di fingere che il problema non esista.

La parte più amara è che continuiamo a raccontarci questa storia come se fosse una disgrazia piovuta dal cielo. Non è così. Certo, ci sono guerre, tensioni internazionali e i soliti personaggi accecati dall’ego che continuano a spacciare per fatalità conseguenze che hanno contribuito a creare. Ma oltre a questo c’è anche la nostra responsabilità collettiva, per aver accettato troppo a lungo una dipendenza energetica strutturale, con alternative che però esistono da anni. Il fotovoltaico sui tetti, per esempio, non è una fantasia da ambientalisti romantici. È una possibilità concreta che avremmo dovuto spingere molto prima e molto di più.

Io questa cosa la sento anche sulla mia pelle. Cinque anni fa, mentre ristrutturavo casa, quasi fui preso in giro quando insistetti per avere una copertura totale di pannelli fotovoltaici sul tetto. Tra coppi, tegole, osservazioni tecniche e qualche sorrisetto, la musica era sempre quella: “Ma chi te lo fa fare? Tanto la legge prevede un minimo di kWp”, e poi “i pannelli son brutti…” Ecco, quella frase per me racconta il vizio di considerare il minimo obbligatorio come massimo auspicabile oltre che ad esprimere un gusto per l’estetica che non può andar d’accordo con le nuove emergenze mondiali.

Ed è qui che il trail, secondo me, non può più far finta di niente, perché noi corriamo in ambienti che dovrebbero educarci alla misura, ma troppo spesso ci fermiamo alla scenografia della sensibilità: la parola giusta, il post giusto, la facciata giusta. Poi però, quando il problema bussa davvero, rischiamo di scoprirci fragili e pure incoerenti. E no, non mi interessa scomodare certi modelli d’Oltralpe, con estetica impeccabile, storytelling premium e quote d’iscrizione già abbondantemente salate, per dirla nella loro lingua ça va sans dire, che parlano benissimo di sostenibilità ma poi conoscono poco o nulla per esempio del tessuto sociale italiano, dei territori, dei trasporti pubblici inesistenti verso tante aree di montagna e del volontariato che regge tutto con passione e praticamente nient’altro. Quella roba lì spesso è sostenibilità da palco. A noi serve sostenibilità da vita vera.

Del resto il trail, quando vuole, sa anche essere geniale nel trovare soluzioni. Basti pensare a Zach Miller, che in un periodo della sua vita lavorava su una nave da crociera e preparava, soprattutto con tapis roulant e scale interne di servizio, la CCC du Montblanc (per poi vincerla..e senza allenamenti sul campo!) La sostanza di quella storia non è il folklore. È il messaggio.

Il tema energetico è serio e nessuno lo nega, proprio per questo, però, merita di essere trattato con onestà e misura, senza trasformarlo troppo in fretta in una motivazione standard per aumentare le quote d’iscrizione. Proprio mentre scrivo, mi è stato anticipato che il preventivo per il piano sanitario del mio evento sarà più alto dell’anno scorso per via dei “costi del gasolio” aumentati. Ora,  coi numeri ci lavoro, quindi certe motivazioni le ascolto con un orecchio meno ingenuo. Perché, diciamolo, a meno che il medico non beva gasolio per funzionare, un viaggio andata e ritorno di 100 chilometri quanto può incidere davvero su un preventivo finale da 5.000 euro? Venti euro? Venticinque? Io potrei risolvere: nel cestino pranzo dei sanitari, invece del panino col prosciutto e della Coca-Cola, metto una mela e l’acqua del rubinetto e li ho già recuperati. Il punto serio, dietro la battuta, è sempre lo stesso: prendere un costo generale reale e trasformarlo subito in alibi per alzare il prezzo finale. Questa è la scorciatoia più facile, però sempre anche la meno intelligente.

Se davvero crediamo nella sostenibilità, la prima responsabilità è nostra come organizzatori, non del consumatore finale e cioè l’atleta che corre. Siamo proprio noi che dobbiamo trovare una via per tenere in equilibrio il bilancio senza penalizzare banalmente chi si iscrive. Altrimenti non stiamo costruendo uno sport più sostenibile. Stiamo solo spostando il peso più a valle, dove fa meno rumore ma più male. Il punto è ripensare i modelli invece di ritoccare i prezzi: tagliare il superfluo, puntare su servizi utili, favorire condivisione degli spostamenti, premiare comportamenti virtuosi. Io, con la mia personale doppia visione atleta/organizzatore, sto lavorando ad un’idea per incentivare nel trail un approccio più intelligente al risparmio energetico e alla coerenza organizzativa. Non è il momento di svelarla tutta, ma la direzione è quella: non fare morale, creare meccanismi che aiutino davvero.

Io odio l’inattività, odio la passività e sopporto ancora meno le lamentele fini a se stesse. Sono sfoghi che consumano energia, sempre quella, senza produrre direzione. Già parlarne, invece, è un passo avanti, aprendo un confronto, mettere il problema sul tavolo, cercare soluzioni: tutto questo è già azione, è già costruzione. Per questo non accetto il solito ritornello del “tanto non possiamo farci niente”. Non è vero. È solo il modo più comodo per giustificare la resa. Non ho mai avuto il vizio di accettare i no come definitivi: mi interessa trasformarli in sì, e chi conosce l’ultra sa bene che il principio è lo stesso: per arrivare in fondo bisogna impuntarsi come i somari.

La domanda vera, allora, non è se arriverà o no una specie di lockdown energetico, la domanda vera è un’altra:

dobbiamo davvero aspettare di essere messi all’angolo per prendere coscienza del problema?

Credo di no, e credo anche che il trail, proprio perché vive nella natura ma si regge sulle persone, abbia il dovere di affrontare questo nodo prima di altri. Forse, allora, da questa pressione può uscire qualcosa di buono: un trail meno decorativo e più sostanziale, meno lamentoso e più capace di trovare soluzioni. Io ci sto lavorando, ma qui il punto non è fare il solista. È capire se, come comunità, abbiamo ancora voglia di ragionare sul serio. Per questo mi interessa leggere cosa ne pensate: commenti, proposte, obiezioni intelligenti, anche il confronto, quando è vero, è già un primo passo.

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