Migliorare la prestazione sportiva nelle attività di endurance
Lo stato di flow (flusso) è uno stato sia fisico che psicologico in cui l’atleta si sente completamente preso da ciò che sta facendo; il tempo, lo spazio, la fatica sono distorti da un diffuso senso di benessere in cui lo sportivo segue il suo ritmo interno lasciando fuori dal suo mondo interno le distrazioni e i pensieri che di solito interferiscono con la buona riuscita di un allenamento o gara. Sono molti gli studi che hanno riguardato lo stato di Flow, il cui pioniere, negli anni 70 del secolo scorso, è stato certamente lo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi.
Secondo questo autore ci sono nove dimensioni suddivise in due categorie:
- Le condizioni del Flusso
- Le caratteristiche del Flusso (Csíkszentmihályi., 1975, 2013).
Oggi a che punto siamo? Lo stato di flow, effettivamente, ha dei benefici sulle prestazioni sportive? Quali sono le tecniche per arrivare a questo stato? Per quello che riguarda i benefici sicuramente c’è un netto miglioramento delle prestazioni, ma ancora di più vi è un netto miglioramento nel modo di vivere il gesto atletico, di gestire la fatica e lo stress nelle gare di endurance. Attualmente sono molte le tecniche (corroborate da studi scientifici) utilizzate da allenatori e mental-coach per portare l’atleta allo stato di flow.
Prima di addentrarci nei dettagli tecnici, ritengo sia più istruttivo -soprattutto per chi è neofita della materia- leggere il racconto di uno sportivo che ha sperimento, quasi per caso, lo stato di flow mentre rimanderei la disanima delle tecniche più in voga per raggiungerlo in un prossimo articolo più tecnico.
Di seguito il report che l’atleta mi ha fatto durante una sessione di imagery in cui gli chiedevo di visualizzare come si era avvicinato a queste tecniche.
“Avevo sentito parlare dello stato di flow da alcuni amici di una polisportiva durante un lungo, la discussione era stata intensa, a tratti con toni accesi, alla fine però ne sapevo quanto prima, cioè zero. Nessuno era riuscito a spiegare di cosa si trattasse esattamente e come poterlo raggiungere. Anzi, alcuni asserivano non esistesse e fosse solo una moda portata da chi voleva darsi delle arie, i soliti milanesi insomma (sì perché noi liguri quando vogliamo darci un tono e qualcosa non ci torna tiriamo sempre in ballo i milanesi). Nelle settimane successive continuai con i miei allenamenti, la data del trail si avvicinava velocemente. Alimentazione corretta, a nanna presto, tabelle e ripetute erano diventate una routine eppure non ero tranquillo, le gambe sembravano girare però mi sentivo affannato, la testa pesante, insomma mi mancava qualcosa. Forse era colpa del lungo inverno piovoso che aveva limitato le mie uscite o perché aprire la stagione con un trail di 35 km con quasi 2000 mt di dislivello per me, che venivo dalla corsa su strada, rappresentava una nuova sfida. La svolta avvenne – me ne resi conto solo dopo- un venerdì sera. La mia compagna aveva invitato a cena una sua amica di università e relativo fidanzato. In realtà non l’avevo presa bene, il sabato volevo uscire presto per un lungo in collina e quella cena non ci voleva non sarei andato a letto al mio orario e non sarei riuscito a tenere l’alimentazione che mi ero imposto. Anna, così si chiama l’amica della mia compagna, era una sportiva -praticava sport acquatici- si dimostrò una persona tranquilla e interessata al mondo della corsa, mi fece un po’ di domande, poi sparò lì la sua bordata: “tu cosa fai per ottimizzare le tue prestazioni oltre ad allenarti e curare l’alimentazione? Al mio silenzio aggiunse con calma: non fai un po’ di respirazione controllata e un po’ di imagery? No, risposi, nel mondo della corsa non si usa molto. Strano, incalzò Lei, conosco molte persone che corrono e lo fanno regolarmente. Quasi senza accorgermene mi ritrovai seduto in un angolo della sala a provare la respirazione controllata mentre la voce calma di anna guidava, con le parole, le immagini nella mia mente. Il weekend successivo feci una sessione di mental training con il gruppo sportivo di Anna e nelle settimane successive questa prassi, prima dell’allenamento, diventò una piacevole routine.
La mattina della gara ero agitato ma trovai comunque un angolo tranquillo per concentrarmi e neanche gli sguardi dei curiosi riuscirono a distrarmi. Seguivo la mia routine di respirazione e meditazione, entrando in uno stato di calma e concentrazione. Gli applausi della folla e i suoni intorno diventavano un semplice sussurro di sottofondo. Ero completamente concentrato sul mio ritmo e sulla mia respirazione. Man mano che avanzavo nella gara, notavo che non pensavo alla stanchezza, al dolore e nemmeno alla competizione che mi circondava. I miei movimenti erano fluidi e automatici, come se fossi trasportato da una forza esterna. Al chilometro 20, in cima ad una delle salite più impegnative feci fatica a restare concentrato e a non pensare alla stanchezza. Mi sforzai di restare concentrato, non pensavo più alla distanza che mi rimaneva o alle mie prestazioni. Ero completamente immerso nel momento presente, l’autoconsapevolezza era scomparsa, ero un tutt’uno con la strada, la mia mente e il mio corpo erano in perfetta armonia, mi sentivo stranamente energico. Acceleravo anche leggermente, trasportato da questa sensazione di leggerezza e fluidità. L’arco del traguardo quasi mi sorprese.
Mi resi conto che non solo avevo terminato la gara, ma ero primo di categoria e quinto assoluto, non male come primo trail. Mi sentivo euforico, non solo per la performance, ma anche per lo stato che avevo vissuto. La sera chiamai Anna per raccontarle la mia esperienza. Lei mi ascoltò con interesse e alla fine concluse, bene, bravo…ora sai cos’è lo stato di flow, vai avanti e cerca di perfezionarti.







