Da sempre uno  degli argomenti più in voga tra gli sportivi, in particolare gli sport di endurance, è l’alimentazione.

Cosa mangiare, quanto e quando mangiare, sono le domande più ricorrenti. Negli ultimi anni, con il progredire delle conoscenze tecnico-scientifiche, il rapporto tra performance sportiva e nutrienti è diventata, per molti, una vera e propria ossessione.

Tanto che un termine, sconosciuto ai più, coniato all’inzio degli anni duemila, è diventato oggi molto familiare tra gli addetti ai lavori. Stiamo parlando dell’ ORTORESSIA, questa definizione è stata coniata dal dottor Steven Bratman che, all’epoca, lavorava presso la NorthBay Healthcare di Fairfield, in California, ed usava il termine per descrivere i pazienti che erano eccessivamente concentrati sul mangiare solo cibi sani.

Ortoressia, un’insidia  poco conosciuta

L’ortoressia, meglio conosciuta come ortoressia nervosa, ad oggi, non fa parte dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione riconosciuti nel DSM 5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders).

Il mancato riconoscimento è dovuto principalmente a due fattori. Il relativo poco tempo da cui viene osservato il fenomeno, basti pensare che l’ultima edizione del DSM 5 è del 2012 e ci sono voluti oltre 10 anni per apportare alcuni aggiornamenti – arrivati a marzo 2023- possiamo quindi immaginare come sia più lungo e complesso l’inserimento di un nuovo disturbo. Altro fattore è la difficoltà a delineare un confine netto tra disturbo (malattia) e abitudini, anche estremizzate, ma che non compromettono il normale funzionamento della persona.

Questa differenza, per i non addetti ai lavori, può non risultare così immediata. Proviamo a fare chiarezza attingendo ai miei appunti di lavoro: I genitori, di una giovane e promettente atleta, hanno insistito perchè la figlia (21enne) venisse in studio per essere seguita.

L’episodio, l’ultimo in ordine di tempo,  che aveva allarmato i genitori, entrambi preparatori atletici, era stata una piccola, grande, tragedia familiare. In sostanza, al termine della stagione agonistica, molto impegnativa,  i genitori, avevano pensato di regalare alla figlia una breve vacanza.

Cinque giorni in una capitale Europea insieme al fidanzato. Purtroppo la reazione della ragazza non fu quella che i tre si aspettavano. Iniziò a piangere ed urlare disperatamente perchè, se fosse andata in vacanza, non avrebbe potuto seguire una corretta alimentazione.

La paura di assumere alimenti “non sani” era diventata preminente a qualsiasi altra gratificazione. A poco erano servite le rassicurazioni dei genitori. L’avvicinarsi della data di partenza aveva ingenerato nella ragazza dei veri e propri stati di ansia, irritabilità, difficoltà a prendere sonno ecc.

Senza contare che la relazione con il fidanzato aveva subito una, inevitabile, battuta d’arresto. Constato le difficoltà della ragazza e che il suo stato no era collegato a problematiche con il fidanzato, i due genitori avevano convinto, la figlia. ad accettare un aiuto qualificato.

In un altro caso invece, un atleta, semi professionista, mi aveva confidato che:  uscire con gli amici, così come le ricorrenze in famiglia erano diventate per lui situazioni imbarazzanti. Era preoccupato  che quelli che lui definiva “sgarri” alla dieta, auto-imposta potesse avere dei pesanti risvolti sulle sue performance e sulla sua salute.

Pur tra mille paure, questo però non gli impediva, anche se ormai tutti lo consideravano un po’ fissato, di fare le sue uscite e stare in compagnia anche se quando andava via da casa cercava di programmare i cibi d assumere.

Quali rischi corriamo se sottovalutiamo l’ortoressia? 

Le due brevi descrizioni ci danno un idea, spero abbastanza chiara, della differenza tra il disturbo ortoressico vero e proprio  e la preoccupazione che la dieta non controllata mini i risultati sportivi. Nel primo caso la persona  è schiava delle sue paure ed il funzionamento sociale è seriamente compromesso.

Nel secondo caso pur con le sue preoccupazione, la persona riesce a mantenere sotto controllo le sue paure e continua a relazionarsi in maniera funzionale con la rete amicale e familiare.

Il focus di chi soffre di ortoressia è: “essere il più sani possibile”. Mentre è più raro quello di: “limitare l’apporto calorico o la quantità di cibo consumato”.

Per completezza va detto che sono stati osservati  casi in cui l’ortoressia si è “evoluta” in altri disturbi del comportamento alimentare.  Ad esempio, un individuo può ricevere un feedback così positivo sulla sua perdita di peso che, pur di non perdere quelli che pensa siano benefici lo proietta in una spirale di bulimia e/o anoressia. Il riconoscimento precoce  dei sintomi e un supporto qualificato sono la chiave per superare le difficoltà. Autodiagnosi e guru del so tutto io sono spesso, molto spesso, la causa dell’incancrenirsi di un disturbo con la conseguente inevitabile debacle sportiva.

Alimentazione e psiche:

Anche quando i regimi alimentari sono dati dati da professionisti seri e competenti possono portare, alcuni, soggetti a sviluppare dei veri e propri disturbi, questo perchè cibo non significa introdurre questo e quell’alimento, al contrario, ha per ognuno di noi un significato profondo e molto personale.

Un atleta per indole potrebbe essere portato a dei comportamenti che deve modificare per  ottenere determinati risultati sportivi e questo a volte risulta più pesante di quanto l’atleta stesso possa immaginare.

Non molto tempo fa, sono stato contattato da una nutrizionista che si occupa principalmente di sportivi.

Stefania, una cara amica, mi ha sottoposto il caso di un ragazzo che seguiva da diverso tempo, con eccellenti risultati sportivi, oltre a numerose competizioni vinte a livello nazionale, anche un buon piazzamento agli europei nella sua disciplina, la nutrizionista però  è andata oltre le performance ottenute del suo atleta.

Alcune rigidità, da Lei non richieste, un andamento del peso intermittente, il calo nelle prestazioni (interpretato dagli allenatori come un calo naturale dopo una stagione eccellente)  le avevano fatto suonare un campanello di allarme.

Preoccupata, ha chiesto un supporto multidisciplinare. Inutile dire che: l’intervista semi strutturare e  i test psicologici di verifica hanno evidenziato i prodromi di una bulimia e dato ragione all’esperienza della professionista.

L’intervento di supporto e un diverso approccio con l’alimentazione hanno permesso al ragazzo di ritornare alle performance di inizio stagione.

Questa è la conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che essere seguiti da professionisti, qualificati e con esperienza,  fa la differenza non solo in termini sportivi ma, soprattutto, in termini di salute.

Cosa possiamo fare ? 

In questo senso è importante che istruttori, preparatori, nutrizionisti, medici ecc. facciano squadra e superino le, normali, diatribe di competenze professionali  tornando a vedere l’atleta come una persona che ha si mille risorse e capacità ma anche tante debolezze.

Debolezze che non vanno nascoste o sottovalutate tentando di esaltare, solo, i punti di forza.

Il rischio è sempre lo stesso: “creare un gigante dai piedi di argilla” .

Bisogna aver chiaro, mi ripeto, che la salute degli atleti, soprattutto quella  a lungo termine, deve vincere ogni divisione o protagonismo. In caso di sospetti, (si guardino sotto alcuni indicatori) è importante fare rete.

I professionisti, tutti, devono confrontarsi e pensare un piano d’intervento condiviso con l’atleta che va rispettato nella sua unicità; purtroppo a volte per interesse “sportivo” si tende a far finta di nulla.

Accade così che un atleta con evidenti problemi di anoressia (negata dai medici federali) venga selezionata per importanti gare.

Gare finite malissimo e atleta ricoverata. L’informazione potrebbe fare di più tendo accesi  i riflettori su queste storie.

Indicatori:

  • evitano situazioni in cui “pensa” saranno serviti cibi non salutari;
  • si prefigge un regime alimentare molto rigido ed esclude cibi anche se non espressamente vietati da un nutrizionista;
  • parlano di continuo di alimentazione ed evidenziano come gli altri non seguano dei sani dettami alimentari;
  • si preoccupano costantemente di quali cibi mangiare;
  • sono costantemente preoccupati di quanto l’alimentazione tenuta incida sulle loro performance sportive;
  • la preoccupazione per ciò che mangia la portano a rinunciare o vivere male molti aspetti della quotidianità;
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