Dopo l’ennesima sconfitta della nostra Nazionale di calcio, le parole del Presidente della Lega Calcio, hanno riacceso un dibattito che, a ben vedere, non si era mai davvero spento. La distinzione tra sport professionistico e dilettantistico, nel nostro Paese, esiste da sempre, ma raramente viene messa sotto una lente così esposta. Eppure, al di là delle definizioni giuridiche, c’è una domanda molto più scomoda che aleggia sotto traccia: “chi è davvero lo sportivo, oggi?”  Perché se ci fermiamo alla superficie, la questione sembra semplice: il professionista è colui che viene pagato per praticare uno sport, il dilettante no, fine della storia! Ma basta uscire da questa logica amministrativa per accorgersi che la realtà è decisamente più complessa, e forse anche un po’ più interessante. Da una parte c’è uno sport costruito per essere guardato, raccontato, venduto, uno sport che vive di diritti televisivi, sponsor, audience, numeri. Uno sport che riempie gli stadi. Dall’altra parte, invece, esiste uno sport che non ha bisogno di riflettori, che non ha un pubblico se non quello occasionale di un passante distratto, che non produce share ma produce, nel silenzio, qualcosa di molto più difficile da misurare. È lo sport vissuto, di chi si allena da solo, spesso all’alba o al tramonto, quando il resto del mondo è occupato a fare altro, colui o colei che escono anche quando non si ha voglia, quando piove, quando fa freddo, quando le gambe non girano, è quello di chi investe tempo, energie e spesso anche soldi propri, senza alcuna garanzia di ritorno, né economico né mediatico.

E qui il paradosso si fa evidente.

Nel sistema attuale, un atleta che dedica gran parte della propria vita ad allenarsi, che partecipa a competizioni, che cura alimentazione, recupero e preparazione mentale, può essere definito “dilettante”, allo stesso tempo, una persona che vive lo sport esclusivamente da spettatore, che si limita a guardarlo, commentarlo e magari arrabbiarsi davanti a una partita, non rientra nemmeno nella categoria.

Eppure, se guardassimo alla sostanza, chi dei due sta davvero facendo sport?

Non è una provocazione fine a sé stessa, è una constatazione che emerge con ancora più forza negli sport di endurance, dove il confronto non è tanto con l’avversario, quanto con sé stessi. Nel trail running, ad esempio, non esiste il pubblico che ti trascina per novanta minuti, non esiste il boato dello stadio a coprire la fatica, esiste il rumore del respiro, del ritmo dei passi, e quel dialogo continuo, a volte scomodo, con i propri limiti, in quel contesto, la parola “dilettante” suona quasi fuori luogo, perché il livello di impegno richiesto, la disciplina, la costanza e anche la capacità di gestire la frustrazione sono tutt’altro che amatoriali, in molti casi sono più rigorosi di quelli che si osservano in contesti definiti professionistici, solo che non fanno notizia.

E forse è proprio questo il punto.

Negli ultimi anni si sta assistendo, in modo sempre più evidente, a uno spostamento culturale. Sempre più persone stanno abbandonando l’idea di vivere lo sport per delega, per iniziare a sperimentarlo in prima persona, non necessariamente per vincere, non necessariamente per eccellere, ma per ritrovare un equilibrio che difficilmente si trova altrove, un equilibrio fatto di fatica reale, di risultati costruiti nel tempo, di obiettivi personali che non dipendono da un risultato altrui, dove l’azione si trasforma in pensiero libero e lucido!

E qui entra una provocazione che, forse, qualcuno preferirebbe non affrontare.

E se questo cambiamento stesse iniziando a pesare davvero? Se una parte di quel pubblico che per anni ha riempito salotti, stadi comprato abbonamenti alle pay-tv  lentamente ma inesorabilmente sta  spostando altrove?  Perché diciamolo senza troppi giri di parole: negli ultimi anni, complice anche il rendimento altalenante della nazionale, qualcosa si è incrinato, non tanto nella passione, quella resta, ma nel modo in cui viene vissuta, sempre più persone stanno passando dal ruolo di spettatori a quello di praticanti; dal divano al sentiero!

E questo, inevitabilmente, ha un impatto!

Meno tempo davanti alla televisione significa meno attenzione, meno engagement, meno valore per chi vive di diritti e audience. Meno presenza allo stadio significa meno incassi, meno centralità, in altre parole, meno controllo su un pubblico che, fino a poco tempo fa, era perfettamente fidelizzato.

Allora la domanda, a questo punto, diventa quasi inevitabile.

Siamo sicuri che il dibattito tra sport professionistico e dilettantistico sia davvero solo una questione di definizioni? O forse, sotto la superficie, si muove qualcosa di più profondo, legato a un cambiamento culturale che sta ridisegnando il modo in cui le persone si rapportano allo sport? Perché se sempre più persone scelgono di mettersi in gioco in prima persona, di vivere la fatica, di costruire il proprio percorso senza delegarlo a nessun altro, il sistema dello sport-spettacolo si trova inevitabilmente a fare i conti con una trasformazione che non può controllare fino in fondo,  forse, il problema, non è più chi è professionista e chi è dilettante; il problema è capire chi è rimasto fermo a guardare… e chi, invece, ha già iniziato a correre!

Concludendo

Certo, anche chi vi scrive è dispiaciuto per l’esclusione della nazionale di calcio dal campionato del mondo, ma questo non dovrebbe rappresentare una fine, quanto piuttosto l’occasione per un possibile cambiamento culturale, in cui lo sport torni a essere vissuto in prima persona. D’altronde, offrire al popolo uno spettacolo calcistico nel quale riconoscersi come identità nazionale è una dinamica che affonda le sue radici molto lontano. Già ai tempi dell’antica Roma, i giochi gladiatori venivano utilizzati per alleggerire, o più spesso per distrarre, l’attenzione dai problemi reali. Un meccanismo semplice: intrattenere senza coinvolgere davvero, osservare senza agire. Oggi, in forme diverse, il principio non è poi così distante, se pensiamo a quante ore vengono trascorse davanti a uno schermo, con l’unico movimento richiesto ridotto alla pressione di un telecomando. Ma cosa succede quando questo meccanismo smette di funzionare?

Quando il risultato non arriva, quando l’identificazione si incrina, quando la delusione prende il posto dell’entusiasmo, si apre uno spazio nuovo. Ed è proprio lì che qualcosa può cambiare. All’interno di questa crescente moltitudine di persone deluse, è plausibile che una parte sempre più ampia inizi a spostarsi verso una dimensione diversa dello sport, più consapevole, più diretta, meno mediata. In alcuni casi, proprio verso discipline come il trail running. E qui il discorso diventa ancora più interessante, perché se davvero una quota significativa di persone inizia a passare da spettatore a praticante, da consumatore a protagonista, allora l’impatto non è soltanto sportivo, ma anche culturale. E forse, indirettamente, anche politico, il semplice fatto che figure istituzionali di primo piano si siano esposte con dichiarazioni così nette lascia intendere che il tema non sia poi così marginale. Riflettiamoci … buon trail a tutti!

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