Una comunità di montagna si riunisce per celebrare i suoi eroi: dall’impresa solitaria di Walter Bonatti 60 anni fa alle generazioni di guide e soccorritori che, ogni giorno, scrivono la storia del soccorso alpino in Valle d’Aosta.

La montagna non è solo un insieme di roccia e ghiaccio. È una comunità, una storia fatta di persone. È il ricordo di chi ha tracciato vie impossibili e il presente di chi si adopera ogni giorno per salvare vite. Tutto questo è emerso con forza nella serata del 23 agosto a Valtournenche, organizzata per ripercorrere sessant’anni di imprese, soccorso e passione per il Cervino.

L’impresa di Bonatti: 60 anni di leggenda

La serata, introdotta dai saluti dell’amministrazione comunale rappresentata dal sindaco Elisa Cicco ha subito rievocato un mito: Walter Bonatti. Era il 22 febbraio 1965 quando l’alpinista, a -30°C, conquistò in solitaria la parete nord del Cervino, un’impresa che entrò nella leggenda. “Ogni appiglio andava spolverato dalla neve o liberato dal ghiaccio. Ero sempre, come si può dire, a volo d’angelo”, raccontava Bonatti. Un’ascensione estrema, seguita con il fiato sospeso da valle e celebrata con la Medaglia d’oro al valor civile.

A dare concretezza al ricordo, le voci di chi il Cervino lo vive ogni giorno: Giuliano e Lucio Trucco, una dinastia di guide alpine. Padre e figlio, due generazioni unite dalla stessa passione trasmessa come un testamento, quella per la montagna e per il soccorso alpino.

Proprio il soccorso è stato il secondo grande protagonista della serata, con la proiezione di un documentario realizzato per la Rai. Un racconto che si è intrecciato con i 50 anni del Soccorso Alpino Valdostano, rappresentato per l’occasione dal suo direttore, Paolo Comune.

 

L’evoluzione di una missione: il Soccorso Alpino

Giuliano Trucco, guida alpina dal 1967, è una memoria storica di questa evoluzione. Ha diretto il Soccorso Alpino dalla fine degli anni ’90 e ne ha visto la nascita, quando gli interventi erano appena 39 l’anno contro i 1.700 di oggi. All’inizio – ricorda Trucco – si andava avanti con tecniche improvvisate. Ognuno di noi ha messo un piccolo tassello. Ora siamo un fiore all’occhiello, un’organizzazione esempio per tutte le Alpi.

Quella del soccorritore è una scelta di altruismo puro. “Sai cosa succede in montagna, sai cosa significa aver bisogno di aiuto e quindi lo capisci molto di più”, spiega Lucio Trucco, che di quel mestiere ha fatto la sua vita, seguendo le orme del padre. Un passaggio di consegne emozionante, che Lucio racconta con un aneddoto: ” La prima volta che uscimmo insieme da soli, ero ancora un ragazzo. Mio padre, con tono protettivo, mi disse: ‘Stai attento dove metti i piedi’. Io lo guardai e risposi: ‘Stai attento tu, papà, perché io seguo le tue orme’.”

Il Rifugio: cuore pulsante della montagna

Il legame con la montagna passa anche dai suoi luoghi simbolo, come il Rifugio Guide del Cervino all’Oriondé e Capanna Carrel. Per Lucio Trucco, arrivarci è sempre una forte emozione: “È un porto di mare che ti dà sicurezza. Qui sono passati tutti i grandi della storia, quelli che hanno aperto le vie nuove. Qui si respira l’odore dell’alpinismo”. Un luogo che racconta di come fosse la montagna un tempo: “Le guide dovevano portare su pezzi di legna per la stufa e li nascondevano per la volta successiva. Per comunicare col fondovalle, si accendeva un pezzo di giornale nel buio”.

Epica e normalità: le storie di una vita in montagna

La serata ha svelato anche storie inedite e curiose, come quella di Giuliano Trucco che accompagnò l’attrice Moana Pozzi verso la vetta del Cervino, o il ricordo di quando, durante una messa in vetta, il parroco riuscì a mettersi in contatto con Papa Giovanni Paolo II che li salutò e benedisse tutti via radio.

Il soccorso è un mestiere che si impara con l’esperienza, stando attenti a non sottostimare la montagna. “I giovani spesso non sanno rinunciare”, osserva Giuliano Trucco. La consapevolezza è tutto.

Una professione, quella del soccorritore, che è anche una filosofia di vita, tramandata di padre in figlio. “Mio papà mi ha sempre insegnato che ‘quando stai vivendo, ci sono buone possibilità di morire’. È una parte della vita che ho imparato ad accettare. Lui per me è sempre stato un papà, un maestro, un amico. Mi ha trasmesso che fare soccorso è un privilegio, un lavoro di eccellenza che non si paga in soldi, ma nell’aiutare qualcuno che ha bisogno, nei luoghi in cui viviamo. Ha sempre messo il soccorso al primo posto, e penso di farlo anch’io”.

Una serata che è stata molto più di una celebrazione. È stata la prova che l’eredità di Walter Bonatti non vive solo nelle vie che ha aperto, ma nello spirito di una comunità che, di generazione in generazione, continua a salire e scendere, unita dalla stessa, fortissima cordata.

Dietro l’eroismo: gli aneddoti crudi e le notti insonni

La serata non ha avuto paura di affrontare anche il lato più duro e umano del soccorso, quello fatto di rischi calcolati e di notti passate a rimuginare sulle decisioni prese.

Alla domanda “Rischiate anche voi la vita?”, la risposta di Giuliano Trucco è stata diretta: “È un rischio relativo… ma è sempre forte”. I soccorritori sono addestrati per operare in condizioni estreme, ma la montagna ha sempre l’ultima parola. E a volte, nonostante tutta la preparazione, è necessario fermarsi.

Proprio come successo a Lucio Trucco e alla sua squadra appena due giorni prima. Il racconto è potente e attuale: due alpinisti tedeschi bloccati, corde incastrate, tempo in peggioramento. Dopo sette ore di avvicinamento, con vento e pericolo valanghe, la squadra si è trovata a soli 100 metri dai feriti, ma ha dovuto prendere la decisione più difficile: arretrare. “Il rischio era troppo elevato. La sensazione che ho avuto era che se succedeva qualcosa, veramente era un disastro”. Tornare a casa a mani vuote, ha confessato Lucio, è un’umiliazione bruciante che toglie il sonno: “Sei molto arrabbiato perché non sei riuscito ad aiutarli, sei molto arrabbiato perché hai paura che le loro condizioni peggiorino”.

Questo episodio mostra l’altra faccia dell’eroismo: l’umiltà di riconoscere i propri limiti per non trasformare un soccorso in una seconda tragedia. “La prima regola del soccorritore”, ha spiegato Paolo Comune, “è che non sai cosa va a soccorrere. Devi valutare se la strategia che stai seguendo è troppo pericolosa e se ne esistono altre, magari più lunghe ma più sicure”.

Una rete professionale che fa la differenza

In Valle d’Aosta, il soccorso alpino non è affidato al volontariato: qui opera una rete di professionisti formati, pronti e coesi, che rende il modello regionale un punto di riferimento unico in Italia.

Mentre a livello nazionale il sistema di soccorso in montagna – come in molte altre situazioni di emergenza – si affida prevalentemente a volontari, in Valle d’Aosta spicca un approccio diverso. I soccorritori sono guide che subiscono una rigida selezione per entrare nel Corpo Nazionale del Soccorso Alpino.

La serata si è chiusa con uno sguardo al futuro, rappresentato dall”elisoccorso notturno, attivo in Valle da un anno e mezzo. “È un traguardo enorme – ha concluso Lucio –. È un servizio sanitario regionale che in 15 minuti porta un medico nel punto più lontano della regione. Un passo avanti da gigante”. Un progresso tecnologico che, unito all’esperienza umana tramandata da uomini come i Trucco, garantisce che l’eredità di solidarietà del Cervino continui a vivere, di generazione in generazione.

Volare di notte, in montagna, non è semplice. È un’operazione delicatissima, regolata da norme aeronautiche complesse. In Italia ci si era dati un obiettivo: diventare operativi anche di notte entro due anni e mezzo.

“Noi – confessa un operatore – abbiamo bruciato le tappe. In un anno e mezzo siamo diventati pienamente operativi.”

Il merito? Una regione piccola, compatta, dove chi vola è lo stesso da oltre 35 anni. Piloti, tecnici di bordo, medici, specialisti: un’équipe affiatata che conosce il territorio palmo a palmo.

Alla base di tutto ci sono i visori notturni ad amplificazione luminosa. Sono strumenti sofisticati, di ultima generazione, capaci di raccogliere anche pochissima luce ambientale (luna, stelle, luci lontane) e amplificarla fino a renderla visibile a occhio nudo.

Se con i visori si riesce a vedere bene, manca solo la percezione della profondità.

“Se guardo una vite col visore, la vedo. Ma se devo toccarla, potrei sbagliare la distanza. In parete, questo può essere fatale.”

Per questo, le operazioni su parete rocciosa di notte sono ancora limitate, salvo casi estremi. Tuttavia, gli interventi su neve, ghiaccio, o su zone aperte sono ormai all’ordine del giorno… e della notte.

Non è facile ottenere questi visori: l’autorizzazione è lunga, l’approvvigionamento ancora più complesso. I tempi di consegna, tra autorizzazioni e forniture, possono arrivare fino a un anno e mezzo per singolo dispositivo. Ma la differenza che fanno è immensa.

La serata di Valtournenche è stata più di una commemorazione. È stata la fotografia di un ecosistema vivo, in cui la memoria epica di un Bonatti si fonde con l’operosità silenziosa di chi, come i Trucco, garantisce che la montagna resti un luogo di sfida, ma anche di sicurezza e di passione da tramandare. Per altre sessant’anni, e oltre.

Sara Castiello

Per trailrunning.it

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