Dalle fettucce stile pista di rullaggio alla sola traccia GPS: il trail running tra ambiente, sicurezza e responsabilità

C’è una frase che ogni organizzatore di gare trail, prima o poi, si sente arrivare addosso con la puntualità di un temporale sul crinale: «Il percorso era segnato male.»

A volte è vero, perché una balisatura imprecisa può trasformare una gara di trail running in una caccia al tesoro. A volte, però, la situazione è più complicata: il vento sposta i nastri, qualcuno li rimuove pensando di fare educazione ambientale, un cartello viene girato, un bivio cambia aspetto nella notte oppure l’atleta, dopo molte ore di corsa, interpreta il territorio con la lucidità di un tostapane.

Lo dico da organizzatore, ma anche da corridore di ultra trail. Non un corridore particolarmente illuminato, peraltro. Sono riuscito a perdermi alla 4 Colli di Cesenatico, su asfalto, perché un sentiero in un boschetto mi ha guardato con aria interessante e io, invece di continuare dove avrei dovuto, ho deciso di seguirlo come se custodisse una rivelazione mistica. Non era una rivelazione. Era solo un boschetto. E io ero semplicemente nel posto giusto (la strada asfaltata) con la mentalità sbagliata (quella del trail running).

Da qui nasce una domanda che, nel trail running italiano, comincia a diventare interessante e che, personalmente, mi affascina per passione, ma mi riguarda anche in modo molto concreto: siamo sicuri che il percorso di una gara trail debba sempre essere segnato fisicamente, metro dopo metro, oppure esistono contesti nei quali una traccia GPS, un regolamento chiaro e una maggiore responsabilità dell’atleta possano rappresentare una soluzione più coerente?

La questione, naturalmente, non si risolve togliendo quattro fettucce e sperando che il bosco collabori. Una gara trail non balisata non è una gara lasciata al caso, né una selezione naturale con pettorale, ristoro finale e comunicato stampa ottimista. È un format diverso, che richiede progettazione, sicurezza, comunicazione, dispositivi adeguati e atleti consapevoli.

Ed è proprio qui che il tema mi interessa, lo ammetto, anche in modo egoistico. Da organizzatore so quanto sia delicato progettare, segnare, controllare e poi ripulire un percorso. Da atleta so quanto sia facile, quando la fatica arriva al cervello prima che alle gambe, attribuire al mondo esterno responsabilità che magari stanno semplicemente dentro il nostro orologio GPS o, peggio ancora, dentro la nostra testa.

Prima i navigatori attraversavano gli oceani seguendo le costellazioni. Oggi l’ultratrailer attraversa le montagne seguendo una linea viola su uno schermo grande come un biscotto. Il progresso ha fatto cose magnifiche, ma non sempre più eleganti…

Proprio perché l’argomento è ampio e tocca ambiente, organizzazione, sicurezza, responsabilità, cultura sportiva e futuro del trail running, ho deciso di affrontarlo in quattro puntate. Non per trasformare una fettuccia in un trattato filosofico, ma perché dietro quella fettuccia (o dietro la sua assenza) c’è molto più di quanto sembri.

Nella prima puntata parlerò del concetto generale: cosa significa davvero gara trail non balisata e perché non va confusa con l’improvvisazione.

Nella seconda entrerò nel punto di vista dell’organizzatore: meno materiale sul territorio, meno passaggi, meno rischio di segnalazioni rimosse, ma anche una maggiore necessità di progettare il percorso in modo accurato.

Nella terza guarderò la questione dalla parte degli atleti, perché il GPS non è un amuleto e l’orologio, per quanto costoso, non può compensare ogni distrazione umana. Su questo, purtroppo, porterò anche qualche esperienza personale: quando sei cotto, anche una traccia corretta può diventare un messaggio cifrato mandato da una civiltà aliena ostile.

Nella quarta arriverò infine ai casi concreti. In Italia esperienze di questo tipo sono ancora poche, ma iniziano a delineare una direzione interessante. Penso, per esempio, alla UTLAC sul Lago di Como, alla Garda Trentino Trail Extra e alla Montana Crest sull’Appennino tosco-emiliano. Tra queste, sceglierò di soffermarmi soprattutto sulla Montana Crest, non per stilare classifiche o distribuire patenti di modernità, ma perché il mio ruolo all’interno dell’IUTA Grand Prix Ultratrail mi ha permesso di seguirla più da vicino e di confrontarmi direttamente con il suo organizzatore, Elio Piccoli. È quindi il caso che conosco meglio e, forse proprio per questo, può diventare una buona lente attraverso cui osservare pregi, limiti e prospettive di questo format.

Non si tratta di decretare la fine delle balise, né di trasformare ogni gara di trail running in un esame di orientamento con ristoro. Si tratta, piuttosto, di capire dove questo format abbia senso, quali problemi possa risolvere e quali nuove responsabilità porti con sé.

Perché il percorso può anche non vedersi, ma deve esserci.

E soprattutto deve essere pensato così bene da non trasformare ogni bivio in un referendum esistenziale tra «seguo la traccia» e «questo sentiero mi sembra più simpatico».

Nella prossima puntata proveremo quindi a capire che cos’è davvero una gara trail non balisata e perché il GPS, da solo, non è una divinità benevola. Al massimo è un oracolo: parla, ma, come quello di Matrix, bisogna saperlo interpretare.

E quando sei al km 80, con la batteria al 17%, la vista da talpa filosofica e un sentiero laterale che ti sussurra «vieni, sono più corribile», interpretare l’oracolo può diventare la parte più difficile della gara.

Se questo argomento ti interessa, ci rivediamo online il 22 luglio 2026

Stay tuned 😉

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