Sono le tre del mattino.

Davanti a te ci sono due sentieri; quello di destra sembra più battuto, quello di sinistra sale, sparisce nel bosco e ha tutta l’aria di essere stato progettato da qualcuno che prova rancore verso l’umanità: nella pratica, nessuna balisa.

Guardi il GPS, il triangolino dice sinistra, o forse lo diceva cento metri fa! Ingrandisci lo schermo, lo rimpicciolisci, premi un tasto sbagliato e compare la lista della spesa del Lidl! La tecnologia è meravigliosa, permette di sbagliare strada con informazioni molto più precise…

Nelle prime due puntate abbiamo ascoltato tecnici e organizzatori, adesco è il “triangolino” del gps a processo e come testimoni, sono gli unici che, alle tre del mattino, non possono convocare gli avvocati della difesa, sono gli atleti.

L’accusa è seria: una gara senza balise aumenta l’avventura o trasferisce semplicemente i problemi dall’organizzatore al concorrente? La difesa sostiene che restituisca autonomia, responsabilità e perfino bellezza, mentre il giudice, prudentemente, si è dato malato!

Restano le interviste a Lorenzo Zani, primo classificato alla Montana Crest; Giulia Magnesa, prima donna; e Mario Rodolfi, finisher; tre persone passate dallo stesso crinale e tornate con tre verità diverse.

Lorenzo: il GPS non corre da solo.

Lorenzo sembra il testimone ideale della difesa: ha vinto e potrebbe limitarsi a dire che il format è magnifico, la montagna pure e lui modestamente anche. Invece sposta subito l’attenzione altrove. «Ho amato questa gara per la linea logica ed estetica del percorso: correndo sempre in cresta si vede costantemente la parte restante del tracciato, ed è bellissimo vedere dove si passerà qualche ora più tardi. Ho apprezzato molto la scelta di affidarsi alla navigazione GPS, che regala un senso di avventura maggiore, e il fatto che l’assistenza non fosse un semplice supporto logistico, ma parte attiva e vitale della gara. A completare tutto, la bellezza dei parchi naturali attraversati.»

Per lui non c’è altro da aggiungere: «È una gara dura, autentica, senza fronzoli, in un panorama dove spesso si cerca di aggiungere spettacolo, qui la sostanza vince su tutto».

Ma la sua prova non è il racconto dell’uomo solo contro la montagna, genere letterario molto frequentato da chi poi pretende il brodo con la giusta quantità di sale. Suo padre lo aspettava a ogni ristoro.

«È come se avessi corso l’intera gara insieme a lui. Non è un semplice supporto logistico, ma un elemento capace di trasformare l’esperienza in qualcosa di profondamente umano.»

Primo punto a favore della difesa: togliere le balise non elimina gli altri ma cambia il modo in cui diventano parte della gara.

Giulia: né assolta né condannata.

Giulia è la testimone che rovina il lavoro a entrambe le parti in causa. Prima della partenza era perplessa; dopo l’arrivo non si è convertita a una religione: «Sono uscita dalla comfort zone che ormai molte gare su questo tipo di distanza offrono, il format è sfidante garantedno un’esperienza unica.»

Poi, però, chiede «qualche balisa in alcuni tratti di bosco, senza esagerare, altrimenti si cambierebbe proprio lo spirito della gara» e qualcosa di caldo a Passo Radici, dove molti arrivano di sera. Non vuole trasformare il crinale in una pista aeroportuale, insomma vuole che l’avventura resti avventura e non diventi una “lotteria botanica tra due abeti identici”.

Sul possibile Campionato Italiano pone la domanda che nessun titolo può risolvere con una medaglia: «Sarebbe interessante. Il mio dubbio è: in quanti lo farebbero? È comunque una gara particolare e non tutti sono disposti ad affrontarla».

Eccolo, il punto che punge! Possiamo dare un nome a una specialità, ma non fabbricare per decreto gli atleti capaci o desiderosi di viverla. Da Capo Area Trail IUTA posso però anticipare che per il 2027 stiamo lavorando a qualche novità proprio in questa direzione. Per ora lasciamola sul crinale: le idee migliori, come certe tracce, si svelano solo quando è il momento.

Giulia ricorda anche i dubbi della vigilia: «Ci sono stati momenti nei quali ho pensato: “Chi me lo ha fatto fare iscrivermi? Ma quando sei in gara e appena la concludi ti rimangono ricordi ed emozioni bellissimi. Non si pensa alla classifica, ma a fare un viaggio con le proprie forze e con persone che condividono la stessa esperienza».

“Chi me lo ha fatto fare?” è la domanda ufficiale dell’ultratrail. La risposta quasi sempre viene cancellata automaticamente all’apertura delle iscrizioni successive.

Mario: oltraggio alla corte.

Mario entra, ascolta il dibattito e riduce l’intero fascicolo a quattro parole: «Bisogna avere meno balle» e poi entra nello specifico del tracciato:

«Dunque autogestione e navigazione: positivo. Il sentiero 00, o Alta Via dei Parchi, è un crinale. Lo percorrerei senza deviazioni sulle strade di rientro: solo crinale e poi giù a Lizzano».

«I Campionati non mi interessano. Ma la montagna, in Italia, è tanta roba. Se si uniscono idee, forze e volontà si può fare di tutto. Da una gara così e da una montagna così si può inventare di tutto, sempre con la collaborazione.»

La frase “meno balle” meriterebbe un posto stabile in molti regolamenti tecnici, possibilmente prima dell’articolo 1. Ma Mario introduce anche il capo d’accusa più interessante: se una gara nasce attorno a un crinale, quante deviazioni può accettare prima di perdere la propria identità?

Naturalmente esistono sicurezza, autorizzazioni, ristori e soccorsi. La montagna è romantica; la logistica ha frequentato ragioneria. Eppure la domanda resta, e sarebbe troppo comodo seppellirla sotto la parola “organizzazione”.

La sentenza la scrive chi corre:

Lorenzo vede nella navigazione un’avventura resa più umana dall’assistenza. Giulia la accetta, ma chiede interventi precisi. Mario vorrebbe ancora più autonomia e più fedeltà al crinale. Nessuno dei tre descrive una gara alla quale mancano semplicemente le fettucce.

Questo è il punto: una gara senza balise non è automaticamente più pura, più moderna o più sicura. È un patto diverso. L’organizzatore deve offrire una traccia accurata, informazioni e assistenza coerenti; l’atleta deve saper navigare, gestire il dispositivo e riconoscere un errore. Comprare un orologio da 400 euro aiuta. Leggere il manuale, contro ogni tradizione, aiuta forse di più.

Autonomia non significa abbandono. Ma nemmeno assistenza deve significare che qualcun altro pensi sempre al posto nostro.

Allora il triangolino GPS è assolto oppure no? Io sospendo il giudizio. Nella prossima puntata porteremo in aula l’organizzazione della Montana Crest, non come santino da venerare ma come caso concreto da smontare: cosa funziona, cosa espone al rischio e cosa potrebbe insegnare alle altre gare.

Nel frattempo la giuria siete voi: la navigazione GPS restituisce responsabilità all’atleta o offre all’organizzatore un elegante modo per scaricarla? E soprattutto: dove finisce l’avventura e dove comincia l’alibi?

Il triangolino GPS non parla. Ma adesso tocca a voi.

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