Ivan Cappellari, atleta non vedente, e Anna Lia Chiti, la guida con cui corre, hanno chiuso la Chianti Ultra Trail by UTMB 2026 (75 chilometri e 3100 metri di dislivello) in 14h37′, migliorando di oltre due ore il tempo dell’anno precedente; ma il punto non è soltanto quanto hanno fatto, è che, osservandoli davvero, costringono il trail a raccontarsi meglio.

Ci sono storie che il trail tende a raccontare male quasi per istinto, appoggiandosi a parole come: inclusione, emozione, esempio, applauso. Tutto giusto, per carità, ma spesso anche una scorciatoia narrativa. Perché la verità è che Ivan e Anna, in Chianti, non hanno costruito soltanto una bella pagina da condividere, ma una prestazione vera, solida, perfino scomoda da raccontare per chi preferisce fermarsi alla superficie. E qui, da “asino” quale sono e diffidente verso le frasi confezionate, mi sento di dire una cosa semplice:

se davanti a una prova così continuiamo a raccontarla come una favola edificante, allora stiamo sbagliando bersaglio!

Una volta mi è entrato un moscerino in un occhio e per due minuti ho corso in modalità Polifemo, sì, il gigante con un occhio solo; alla prima curva ho capito che per poco non concludevo la gara facendo duemila metri di dislivello negativo in trenta secondi. Ecco, se già con un occhio solo facevo danni, figurarsi con entrambi gli occhi chiusi cosa sarei stato in grado di combinare. Non è, insomma, una storia da trattare con indulgenza, ma una prestazione da trattare con rispetto, perché appena entra in scena la parola “non vedente” una parte del pubblico smette di guardare la gara e comincia a guardare l’etichetta; è umano, forse, ma è anche il modo più rapido per perdersi la sostanza. La sostanza è che Ivan e Anna hanno corso forte, hanno gestito bene, hanno sofferto come si soffre in una gara lunga vera, hanno attraversato crisi, freddo, dubbi e problemi concreti, e ne sono usciti meglio dell’anno scorso, molto meglio.

Non chiedono favori, non chiedono sconti, non cercano una narrazione protetta; chiedono, semmai, che si guardi quello che fanno per quello che è.

Ed è per questo che, per raccontare davvero la loro Chianti, non basta una sola voce, perché loro stessi non corrono come due persone che si sommano, ma come un sistema: una voce che legge, una percezione che ascolta, una fiducia che tiene insieme tutto, una sorta di, provo a dirlo senza infiocchettarla, “ingegneria umana della fatica”, che detta così sembra quasi elegante.

Sul sentiero, invece, è molto più brutale: o funziona, oppure salta tutto.

Anna, della Chianti, mi ha parlato prima di tutto con orgoglio del territorio, non nel senso turistico da dépliant con cipressi e vigne sullo sfondo, ma come si parla di un posto che ti piace davvero perché ti obbliga a stare sveglio: bello, sì, ma anche tecnico e, in certi tratti, tutt’altro che banale. E già qui si capisce una cosa: la loro non è stata una gara appesa a un’emozione, ma una gara vissuta dentro al terreno, metro dopo metro. Mi ha raccontato la tensione della partenza, quella che non passa mai, e forse è giusto così; mi ha raccontato i momenti in cui la fatica si è fatta sentire, perché nelle ultra arriva sempre, puntuale come una tassa. Eppure, nel modo in cui lo diceva, non c’era dramma, ma lucidità, quella consapevolezza di chi sa che una crisi non è la fine del film, ma solo una scena da attraversare.  E poi mi ha regalato una frase che vale mezza gara: ce la siamo veramente “sgabellata bene”, con quella cadenza toscana che strappa un sorriso anche nel mezzo della fatica. Dentro quelle parole c’è più verità che in molti articoli pettinati, perché raccontano una coppia che non subisce la prova come un martirio da esibire, ma la abita davvero; ci si diverte anche dentro la fatica, ci si muove nella difficoltà senza trasformarla in un altare. Anna mi ha parlato anche delle persone incontrate lungo il percorso, di una gentilezza concreta, di un’attenzione reale: atleti che si fermavano a chiedere se andasse tutto bene, se servisse qualcosa. E per una coppia che si muove sul sentiero attraverso una comunicazione continua, il clima umano che trova intorno non è un dettaglio di contorno, ma parte integrante dell’esperienza, e in un certo senso anche della prestazione. Ivan, invece, la stessa gara me l’ha restituita da un’altra angolazione, più interna, meno paesaggio e più lettura, meno cornice e più meccanismo.

La parola che usa per la Chianti è precisa: ineccepibile.

Non è un complimento buttato lì, ma un giudizio pensato. Ivan conosce bene quella sensazione che molti corridori delle retrovie hanno provato almeno una volta: arrivare a un ristoro dopo ore di gara e sentirsi quasi un imbucato, uno che prende ciò che è rimasto, come se la propria gara valesse un po’ meno solo perché passa più tardi. Alla Chianti, invece, questa sensazione non c’è stata; al contrario, ha percepito qualcosa di diverso, quasi opposto: tutto per tutti, uguale per tutti. Viene quasi da dire i moschettieri dell’ultratrail, ma con meno piume e più sali minerali. Poi c’è il resto: il villaggio gara, l’atmosfera internazionale, la sensazione di essere dentro un evento grande senza sentirsi una nota a piè di pagina. Nel trail amiamo perderci in discussioni filosofiche, e io per primo, da asino da lunga distanza, rischio a volte di infilarmi in teorie che una salita qualsiasi smentisce in venti metri; qui però la sostanza è semplice: loro si sono sentiti atleti veri dentro una gara vera. Ed è proprio da qui che la narrazione cambia, quando la gara smette di essere soltanto bella da raccontare e comincia a presentare il conto: il piede, la scarpa, la linguetta messa male, il dolore che cresce.

A un certo punto Ivan pensa davvero al ritiro.

È qui che la parola “guida” perde tutta la patina da brochure e torna a essere una cosa seria: non una figura rassicurante, ma una presenza concreta. Anna capisce che la gara si sta piegando nella direzione sbagliata e insiste, con quella determinazione che le appartiene; e conoscendo il personaggio, quando parte “alla toscana”, Ivan non è esattamente in una posizione comoda. Ma è proprio lì che la gara cambia, perché guidare, in quel momento, significa tenere insieme la testa dell’altro, capire quanto insistere e riuscire a trascinarlo fuori dal punto in cui si era incastrato.

Ivan è stato netto: se quella gara si è rimessa in piedi, gran parte del merito è suo.

Ed è per questo che raccontarla soltanto come una storia “speciale” sarebbe riduttivo, perché qui c’è competenza, c’è qualità, c’è una forma di tecnica elegante che non passa dai watt o dai grafici, ma dalla relazione portata sotto sforzo. Poi arriva la base vita, che nelle ultra resta sempre un luogo ambiguo: può rimandarti dentro la gara oppure trattenerti. Basta pochissimo per sbagliare; ti fermi, ti scaldi, mangi qualcosa, riprendi fiato, e quella che doveva essere una sosta intelligente rischia di trasformarsi in una zona di comfort da cui è difficile uscire. Lì invece hanno fatto tutto nel modo giusto: cambio adeguato, materiali corretti, gestione del freddo precisa. E questo pesa ancora di più per Ivan, perché per un atleta non vedente non tutto funziona come per gli altri: non puoi permetterti di mollarti davvero, di distrarti, di spegnerti un attimo con l’idea di riaccenderti dopo. In un certo senso, per lui, la zona di comfort quasi non esiste. Ed è proprio da quel punto che la loro gara cambia volto: non diventa più facile, ma più chiara. Ivan me l’ha detto con una frase perfetta: dopo la base vita non c’era più solo regolarità, ma serenità.

La differenza è enorme, perché i chilometri restano lunghi, il freddo resta freddo, ma loro sono di nuovo pienamente dentro la gara; e quando Ivan chiede l’ora non cerca conforto, ma misura la giornata, confronta il percorso con quello dell’anno precedente, capisce che stanno costruendo qualcosa di diverso. Io quel giorno ero sulla 120, e abbiamo condiviso gli ultimi chilometri dello stesso universo toscano, la stessa atmosfera, la stessa stanchezza che a un certo punto ti spoglia del superfluo e ti riporta all’essenza. E c’è una cosa che continuo a trovare, allo stesso tempo, esilarante e istruttiva: pur andando bene, secondo i miei parametri, non sono riuscito a prenderli. Detta così fa sorridere, ma dice una verità molto più precisa di tanti complimenti. Vanno forte davvero. Non “forte per”, non “forte nonostante”, non “forte considerando che”: forte davvero.

BeyondTheSightTEAMOltreLaVista non ha senso se serve solo a commuovere per qualche minuto o a regalare al trail una coscienza domenicale fatta di like e cuoricini; ha senso se riesce a spostare il discorso, se obbliga a guardare e raccontare queste esperienze in modo meno pigro, se fa capire che l’inclusione, quando è autentica, non produce storie più morbide, ma uno sport più vero. Ivan e Anna, in questo, sono quasi spietati, perché tolgono gli alibi, impediscono di rifugiarsi nel tono giusto, nelle parole giuste, nella carezza giusta, e ti mettono davanti a un fatto concreto.

Non chiedono favori: sono loro, semmai, a chiederti di guardare bene.

E guardare bene, a volte, è più faticoso che correre, perché richiede uno sforzo reale per cambiare prospettiva, molto più di quanto ne serva per fare un complimento e passare oltre. La loro Chianti è stata questo: una prestazione vera, una gara costruita con intelligenza, fiducia, gestione, capacità di soffrire ma anche di restare presenti. Una dimostrazione concreta di quanto il mondo del trail possa essere grande quando smette di concedere spazio per gentilezza e comincia a riconoscerlo per merito. E forse è proprio qui il punto: Ivan e Anna non stanno allargando il sentiero perché qualcuno glielo lascia fare, lo stanno allargando passandoci dentro.

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