Prima di proseguire, e proprio grazie agli interessanti commenti ricevuti dopo il lancio della serie, conviene mettere un paletto. Anzi, vista la materia, una balisa ben visibile, così almeno questa non la togliamo.
Non sto sostenendo che le gare trail debbano liberarsi delle fettucce come fossero un residuo medievale. Io stesso organizzo gare balisate e continuo a pensare che, su molte distanze, siano la soluzione migliore. Una gara corta o media, veloce, partecipata, con atleti di livello diverso, deve avere un percorso chiaro, visibile, immediato.
Le balise danno sicurezza, ritmo e fluidità. Fanno correre più veloci, inutile girarci intorno; con buona pace dei punti ITRA, che davanti a un atleta fermo al bivio con il GPS in mano fingono sempre una certa neutralità scientifica…
Io, per esempio, per essere davvero sicuro di non sbagliare strada avrei bisogno di entrambe le cose: balise, GPS e magari anche due fumogeni al bivio. Quando sono cotto mi perdo pure al supermercato, tra lo scaffale dei giochi e quello dei dolciumi, come i bambini piccoli che poi ritrovano al centro informazioni col lecca lecca in mano e l’espressione colpevole.
Quindi no, la balisatura senza balise non è una religione nuova. È un format particolare, adatto a gare particolari: lunghe distanze, 100 miglia o prove simili, attraversamenti, crinali, ambienti vasti, percorsi dove segnare tutto fisicamente diventa complesso, fragile o sproporzionato rispetto alla natura della gara.
Non è il contrario della balisatura. È un’altra cosa.
Nella prima puntata abbiamo parlato del GPS come Oracolo di Matrix: parla, ma bisogna saperlo interpretare. Ora passiamo all’Architetto, cioè all’organizzatore. Perché in una gara GPS l’organizzatore non sparisce. Lavora solo in una zona meno visibile.
Togliere le balise non significa togliere lavoro. Significa spostarlo prima della gara: nella traccia, nei controlli, nei tracker, nei punti di ritiro, nella sicurezza, nei cancelli, nella comunicazione agli atleti.
Ed è qui che si separano due mondi.
L’innovazione costruisce un sistema.
L’improvvisazione toglie i nastri e accende un cero al santo protettore dei dispersi.
Il punto non è “balise sì” o “balise no”. Il punto è capire quale segnalazione sia coerente con quel percorso, quella distanza, quel territorio e quel tipo di atleta. Su una 25 km il percorso balisato offre velocità e sicurezza. Su una 100 miglia di crinale, dove la gara comprende gestione, autonomia, notte, fatica e lucidità, la traccia GPS può diventare parte dell’identità della prova.
Può, appunto. Non deve.
Perché il GPS non è una scorciatoia. È un patto.
L’organizzatore dice: “Ti consegno una linea precisa, verificata, dichiarata”.
L’atleta risponde: “La carico, la conosco, la seguo, mi assumo la mia parte di responsabilità”.
Qui entra un tema che chi organizza conosce bene: il percorso segnato fisicamente può essere perfetto al mattino e non esserlo più un’ora dopo. Vento, pioggia, animali, escursionisti zelanti, oppure, nei casi peggiori, dispetti veri e propri.
Mi è capitato di viverlo da concorrente alla Valdambra, una gara dei cui organizzatori si può dire tutto tranne che non siano persone aperte, affidabili e amichevoli. Eppure, davanti a manomissioni o dispetti sul percorso, ho sentito ragionamenti surreali: capisco la stanchezza ma invece di solidarizzare con chi aveva subito il danno, qualcuno arrivava quasi a imputare all’organizzazione di non avere abbastanza “presidio sociale” sul territorio per impedirlo.
Come dire: se un idiota sposta una segnalazione con dolo, la colpa non è dell’idiota, ma di chi non aveva abbastanza amici in quella particolare zona da dissuaderlo.
Oltre il danno, la beffa.
Ma dai.
Questo non significa che l’organizzatore non abbia responsabilità. Però bisogna anche essere adulti nel leggere certe situazioni. Se qualcuno altera volontariamente un percorso, il problema non è solo tecnico: è culturale. E in un format GPS almeno una parte di questa fragilità viene ridotta, perché la verità del tracciato non dipende soltanto da un nastro appeso a un ramo, ma da una traccia ufficiale, uguale per tutti, consegnata prima della partenza.
Naturalmente la traccia deve essere seria: precisa, testata, aggiornata. I punti delicati devono essere spiegati. I concorrenti devono sapere cosa affrontano. I controlli devono funzionare. La sicurezza non può essere sostituita dalla frase “c’è il GPX”, che detta così suona come “il nuovo parroco ci ha benedetto i file .gpx”.
Nel confronto con Elio Piccoli e con i collaboratori della Montana Crest, questo aspetto emerge chiaramente: una gara GPS su lunga distanza non è meno organizzata, è organizzata diversamente. Il lavoro non si vede appeso agli alberi, ma sta nella costruzione del sistema: assistenza, tracciamento, punti strategici, gestione dei ritiri, comunicazione, equilibrio tra avventura e sicurezza.
In Matrix l’Architetto costruisce il mondo nel quale gli altri si muovono. L’organizzatore di una gara GPS fa qualcosa di simile, senza completo bianco ma con più problemi di permessi, meteo, volontari e copertura telefonica. Se il sistema è costruito bene, l’atleta vive un’esperienza intensa e libera. Se è costruito male, la libertà diventa caos, e il caos in montagna non è mai una buona idea, nemmeno quando lo chiami “format innovativo”.
La domanda giusta, quindi, non è: “possiamo fare a meno delle balise?”.
La domanda vera è: “abbiamo costruito un sistema abbastanza solido da permettercelo?”.
Perché meno segnalazione fisica significa più qualità invisibile.
Nella prossima puntata torneremo dall’altra parte, quella dell’atleta: GPS, lucidità, errori (io ne so qualcosa per esperienze personali), interviste e racconti di chi questo format lo ha vissuto davvero, non dal divano ma dentro la gara.
Chiuderemo poi il percorso con uno speciale dedicato alla Montana Crest. Non perché sia l’unica gara italiana a muoversi in questa direzione, ma perché è quella che, grazie al mio ruolo nell’IUTA Grand Prix Ultratrail e al confronto diretto con Elio Piccoli, ho potuto osservare più da vicino. Tra crinali appenninici, lunga distanza e traccia GPS, è un laboratorio interessante per capire non dove andrà tutto il trail, ma dove potrebbe andare una sua parte più selvaggia, selettiva e radicale.
Sempre ammesso che, davanti a un bivio, nessuno decida di seguire con cieca fiducia il compagno davanti, quello che procede sicurissimo ma nella direzione sbagliata e con l’autorevolezza di chi ha già perso la traccia da 5 chilometri…







