Materiale obbligatorio, prezzi, non competitive e perché organizzare in Italia è come correre un’ultra… ma a volte senza medaglia finisher né premio di consolazione. Il problema non è quante regole abbiamo. Il problema è se le regole esistono davvero, cioè se vengono applicate.
- Materiale obbligatorio: deve essere sensato, calibrato sulla montagna e, se previsto, controllabile.
- Non competitive con classifica: basta finzioni. O è una corsetta autogestita in compagnia, oppure è una gara.
- Prezzi: lo sconto iniziale non è un ricatto, è una necessità di bilancio e di credibilità del progetto.
- Chi organizza in Italia non gioca: tra burocrazia e responsabilità si rischia anche personalmente. Non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo. Il tutto, spesso, senza scopo di lucro.
Regole nel trail: troppe? Poche? No. Il vero nodo è se esistono davvero.
Negli ultimi giorni ho letto un sondaggio su trailrunning.it. La community è stata chiarissima: regole non applicate, costi in aumento, eventi di “marketing territoriale” senza cultura trail, non competitive che fanno finta di non esserlo e, sullo sfondo, la paura che il trail stia perdendo la propria essenza. O forse l’ha già persa. Questa discussione la vivo con una doppia prospettiva: sono atleta, ma anche organizzatore. E quando stai su entrambi i fronti capisci una cosa semplice: non è una guerra tra atleti e organizzatori. È uno scontro tra aspettative legittime e una realtà pratica, ma soprattutto giuridica, molto meno romantica e spesso difficilissima — se non impossibile — da gestire.
Materiale obbligatorio: tra buon senso di montagna, giustizia impossibile e paura legale
Partiamo da una scena che conosciamo tutti. Tu con lo zaino “fatto per bene”: giacca, guanti, fischietto, telo termico, acqua, energia. Accanto a te qualcuno in canottiera, mani libere, zero dotazione, sorriso sereno. Qui la community ha ragione: una regola fantasma è peggio di nessuna regola. Perché se io rispetto una norma e tu no, non stiamo correndo la stessa gara. E se l’organizzazione non controlla, di fatto premia chi la ignora. Da organizzatore, però, c’è una parte che spesso non si vede. Il materiale obbligatorio nasce dal buon senso di chi frequenta la montagna: mettere il necessario senza esagerare, calibrandolo sulle condizioni reali. Con un metro di neve non si corre come in riva al mare. E in riva al mare forse non serve la doppia termica con passamontagna, ma una doppia riserva idrica sì. Il punto più scomodo è questo: creare una lista unica che funzioni sia per l’élite — quello che chiude una 50 km con 3500 D+ in cinque ore — sia per chi arriva a filo dei cancelli è quasi impossibile. I primi hanno margine fisico, tecnico e mentale per gestire peso extra e imprevisti. I secondi arrivano già al limite. Una lista “da élite” penalizza chi è lento e stanco. Una lista “da cancello” appare eccessiva a chi corre davanti. Eppure si prova. Il risultato, spesso, è un compromesso che scontenta tutti. Il trail si corre in montagna, ambiente variabile per definizione. Il rischio giuridico, invece, resta costante. Se accade un incidente serio entra in gioco un principio penale che non lascia spazio alla poesia: non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo (art. 40, comma 2, c.p.). E quando l’evento è grave, i reati colposi non sono teoria (artt. 589 e 590 c.p.).
Tradotto in linguaggio trail: se non scrivo “guanti” e qualcuno finisce in ipotermia, si torna al classico “l’organizzazione doveva prevederlo”. Ed ecco spiegati certi regolamenti chilometrici che sembrano pensati per una pioggia di meteoriti, con obbligo di consultare persino il telescopio Hubble prima della partenza.
Forse la via è un materiale obbligatorio intelligente:
- una base minima sempre, per la sicurezza reale;
- un modulo legato alle condizioni meteo;
- una comunicazione pre-gara chiara: oggi si corre con quali obblighi?
E poi la parte decisiva: o lo rendi controllabile, anche a campione ma seriamente, oppure lo riduci con coraggio. Se la norma esiste solo sulla carta, diventa un’offesa per chi la rispetta.
Non competitive con classifica: basta finzioni
Qui sono diretto: basta ambiguità. Se è non competitiva significa niente classifica e niente timing ufficiale. Se esistono classifica e tempo ufficiale, allora è competitiva. Punto. Altrimenti prendiamo Strava, un tabellone luminoso da circolo ricreativo e organizziamo il “Mondiale Trail dei Super Svei”. Almeno chiamiamo le cose con il loro nome.
Festa del trail: terzo tempo e pacco gara sì, ma con prezzi coerenti
Su questo non mi allineo alla soluzione “con o senza pacco gara”. Io voglio tornare alla festa del trail: terzo tempo autentico, pacco gara dignitoso, comunità, convivialità. Quella sensazione di aver corso, sì, ma soprattutto di aver vissuto qualcosa. Il punto non è togliere. È fare bene senza gonfiare. Pacco gara e terzo tempo devono avere senso e coerenza con la quota, non diventare il pretesto per alzarla. Altro mito da ridimensionare: gli sponsor raramente “pagano” come si immagina. Offrono prodotti, servizi, visibilità. Ottimo. Ma il contributo economico decisivo, per eventi normali, è raro. I conti tornano solo con gestione seria e scelte coerenti.
Prezzi ed early bird: non è ricatto, è necessità
Lo sconto iniziale può infastidire, lo capisco. Ma per molti piccoli eventi è sopravvivenza, non astuzia commerciale. Serve a creare una base di iscritti, a coprire le prime spese e a rendere credibile il progetto verso enti e istituzioni. Perché quando chiedi permessi o collaborazioni, la domanda implicita è sempre la stessa: “Questo evento esiste davvero?”. Un primo numero di iscritti è una risposta concreta.
Bilancio e burocrazia: i costi invisibili
Un evento che non regge economicamente non è più puro: semplicemente non sopravvive. Chi corre vede la quota, ma non vede piani sanitari, segnaletica, ristori, gestione rifiuti, cronometraggio, assicurazioni, SIAE, fotografie, volontari da coltivare, logistica, servizi sanitari, mezzi, transenne, promozione. Senza iscritti non c’è pareggio. Senza pareggio non c’è evento. Poi ci sono permessi, enti, proprietà private, cittadini diffidenti, fettucce che spariscono. E quando serve anche la VIncA, che non è un capriccio ma una procedura tecnica complessa (art. 5 DPR 357/1997).
Visita medica: e chi controlla che non sia falsa?
In Italia la certificazione medica pesa, ma esiste. Per l’agonismo c’è il DM 18 febbraio 1982; per il non agonistico il DM 24 aprile 2013. La riflessione, un po’ amara, è questa: se succede qualcosa non basta avere il certificato. Bisognerebbe verificarne persino l’autenticità. Perché quando si cercano responsabilità, l’attenzione torna sempre su chi organizza.
Prezzi, eventi top e il paradosso della Coca-Cola
Mi è capitato un evento “top” con Coca-Cola ai ristori in versione sciroppo, al limite dell’imbevibile. Eppure: sold out, prezzi alti, reputazione intatta. Sia chiaro: non toccatemi la Coca-Cola ai ristori. È il coltellino svizzero dell’ultra. Ma il punto è un altro: spesso paghiamo anche status e narrazione, non solo servizi. Se questo diventa lo standard, il mercato si alza e l’amatore resta schiacciato.
Il prossimo passo: athletes first, ma con numeri leggibili
Sto lavorando a un indice semplice che metta in relazione km, D+, fatica percepita ed euro. Un parametro immediato per valutare la coerenza tra ciò che una gara chiede e ciò che offre. Dal sondaggio emerge una frattura: chi vuole meno regole e più libertà, e chi pretende regole chiare e applicate. Entrambe posizioni legittime. L’essere umano cerca l’avventura, ma pretende il corrimano. Vuole pagare poco e vivere un’esperienza “premium”. Vuole la festa, ma senza imprevisti. E poi c’è la variabile più ignorata: in gara siamo chimica ambulante. Ci si iscrive lucidi e riposati; poi arrivano fatica, crisi, paure, errori di percorso, ritiri. L’ideale acquistato si rinegozia a colpi di crampi. Accontentare tutti non è difficile: è matematicamente impossibile.
Il trail non ha bisogno di nuove regole. Ha bisogno di coerenza.
Materiale obbligatorio sensato e proporzionato alle condizioni, controlli credibili o riduzione coraggiosa. Basta ambiguità sulle non competitive. Festa del trail sì, con terzo tempo e pacco gara, ma con prezzi coerenti e rispetto reciproco. E soprattutto trasparenza, senza fingere che organizzare significhi “mettere due fettucce” e incassare iscrizioni ignorando tutto il resto.







