Le disuguaglianze tra uomini e donne hanno infatti una storia molto più complessa di quanto suggeriscano le rappresentazioni tradizionali e sono state influenzate, in epoche e società differenti, da organizzazione economica, struttura familiare, religione, disponibilità delle risorse e distribuzione del potere. Personalmente considero la rivoluzione agricola uno dei grandi spartiacque della storia umana, perché la sedentarizzazione, l’accumulo di risorse, la proprietà e la progressiva complessità delle strutture sociali hanno modificato profondamente il modo in cui gli esseri umani organizzavano la propria esistenza. Sarebbe tuttavia eccessivo attribuire a quel passaggio, da solo, la nascita delle disuguaglianze di genere o immaginare le società precedenti come perfettamente egualitarie: le evidenze disponibili non consentono una ricostruzione così semplice.
Ciò che possiamo dire con maggiore sicurezza è che anche la nostra interpretazione della preistoria è stata condizionata, almeno in alcuni casi, dagli schemi culturali di chi la studiava. Per molto tempo è prevalsa una rappresentazione piuttosto netta: l’uomo cacciatore, impegnato a procurare carne e proteggere il gruppo, e la donna raccoglitrice, occupata prevalentemente nella cura dei bambini, degli anziani e nelle attività vicine all’accampamento. Questa divisione non era necessariamente inventata e trova riscontri in numerose società di cacciatori-raccoglitori studiate in epoca storica, ma trasferirla automaticamente a decine di migliaia di anni di storia umana significa correre il rischio di trasformare un modello interpretativo in una regola universale.
Qualche tempo fa mi sono imbattuto in uno studio che rappresenta molto bene quanto l’archeologia possa costringerci a rivedere convinzioni apparentemente consolidate. Nel sito andino di Wilamaya Patjxa, nell’attuale Perù, è stata rinvenuta la sepoltura di una giovane donna vissuta circa novemila anni fa, deposta insieme a strumenti associati alla caccia di grandi animali; successive analisi delle tracce d’uso sugli strumenti hanno ulteriormente rafforzato l’interpretazione secondo cui, almeno in quella comunità, sia uomini sia donne partecipassero alla caccia. Il ritrovamento non dimostra naturalmente che tutte le società preistoriche funzionassero allo stesso modo, ma mette seriamente in discussione l’idea di una separazione universale e immutabile tra “uomo cacciatore” e “donna raccoglitrice”.
Le differenze fisiche tra i sessi esistevano allora come esistono oggi e hanno profonde radici biologiche ed evolutive, ma riconoscerle non significa necessariamente trasformarle in una gerarchia di capacità o di valore. È ragionevole pensare che, in molte comunità, la distribuzione delle attività fosse condizionata dall’età, dalla gravidanza, dalla presenza di bambini, dal tipo di preda, dalla stagione, dalle risorse disponibili e dalle necessità immediate del gruppo, secondo un’organizzazione probabilmente più flessibile di quella suggerita dalla vecchia immagine dei “mestieri da uomo” e dei “mestieri da donna”. Su quanto fosse estesa questa flessibilità e su come variasse tra popolazioni ed epoche diverse, tuttavia, la ricerca continua a discutere.
È altrettanto evidente che, in media, uomini e donne presentano caratteristiche fisiologiche differenti e che alcune di esse incidono direttamente sulla prestazione sportiva. Gli uomini possiedono mediamente maggiore massa muscolare, concentrazioni di emoglobina più elevate e una maggiore capacità di trasporto dell’ossigeno, caratteristiche che contribuiscono in modo importante al vantaggio prestativo osservato in molte discipline di endurance. Le donne, tuttavia, presentano altre caratteristiche che possono acquistare un peso crescente quando lo sforzo diventa molto lungo, come una maggiore ossidazione dei grassi in determinate condizioni e, secondo diversi studi, una maggiore resistenza ad alcune forme di fatica muscolare.
Ed è proprio qui che possiamo lasciare la preistoria e tornare alla nostra disciplina preferita, perché il trail running e soprattutto l’ultra endurance offrono un terreno straordinariamente interessante per osservare ciò che accade quando la prestazione non dipende più soltanto dalla velocità e dalla potenza aerobica, ma dalla capacità di mantenere l’efficienza per molte ore o addirittura per più giorni.
Quando la gara dura più di un giorno
In una competizione di due o tre ore la potenza aerobica, la velocità sostenibile e l’economia del gesto hanno un peso determinante, mentre quando la durata sale a venti, trenta, quaranta o settanta ore questi fattori non scompaiono, ma vengono affiancati da una lunga serie di variabili che, con il passare del tempo, possono diventare altrettanto decisive: disponibilità e utilizzo dell’energia, resistenza alla fatica neuromuscolare, gestione del ritmo, alimentazione, idratazione, sonno, termoregolazione, tolleranza gastrointestinale e capacità di continuare a prendere decisioni efficaci quando l’organismo è ormai molto lontano dalle condizioni nelle quali aveva iniziato la gara.
È proprio in questo scenario che il confronto tra uomini e donne diventa interessante, non per stabilire chi sia genericamente “più resistente” e nemmeno per immaginare che sia sufficiente allungare una gara perché le differenze biologiche improvvisamente scompaiano. La domanda scientificamente più interessante è un’altra: quando lo sforzo si prolunga enormemente e la velocità assoluta perde progressivamente parte della propria importanza, quali caratteristiche dell’organismo acquistano maggior peso nella determinazione della prestazione?
Il punto di partenza
Nelle competizioni di corsa comprese tra le distanze brevi e la maratona il vantaggio prestativo maschile si colloca generalmente nell’ordine di circa il 7–14%, con variazioni legate alla distanza, al livello degli atleti e al campione considerato. Una parte consistente di questa differenza deriva dalle modificazioni che emergono con la pubertà e che riguardano, tra le altre cose, massa muscolare, concentrazione di emoglobina, dimensioni cardiache e capacità di trasportare e utilizzare ossigeno.
Il problema nasce quando prendiamo questo modello e lo trasferiamo senza modifiche a una 100 miglia, a una 24 ore o a un ultra-trail che richiede due giorni e due notti per essere completato, perché in quelle condizioni la velocità assoluta diminuisce e il risultato dipende sempre più dalla capacità di sostenere un’intensità relativamente moderata senza compromettere l’equilibrio energetico, muscolare e cognitivo. Non cambia improvvisamente la fisiologia dell’atleta: cambia il peso che ogni sua caratteristica assume nella prestazione.
Più lunga, più vicina?
Si sente spesso affermare che, aumentando la distanza, il divario prestativo tra uomini e donne tenda inevitabilmente a ridursi. Una parte di verità esiste, ma trasformare questa osservazione in una legge fisiologica sarebbe un errore, perché i risultati dipendono enormemente dal tipo di gara, dal terreno, dal livello degli atleti presi in considerazione e soprattutto dalla composizione del campione.
Alcuni dati sono comunque interessanti. In due ultramaratone nelle quali la partecipazione maschile e femminile era insolitamente equilibrata, uno studio del 2024 ha rilevato differenze mediane complessive molto contenute, pari all’1,2% sulle 50 miglia e al 3,2% sulle 100 miglia, anche se tra gli atleti migliori il quadro risultava differente e il vantaggio maschile rimaneva evidente in alcune condizioni. Sono risultati che suggeriscono quanto sia pericoloso confondere il dato della classifica con una misura pura della fisiologia.
Per decenni, infatti, nelle ultramaratone gli uomini sono stati numericamente molto più rappresentati delle donne e, quando un gruppo dispone di una base di partecipanti molto più ampia, aumenta inevitabilmente anche la probabilità di trovare più individui nelle fasce estreme della prestazione. Esperienza, opportunità di allenamento, storia agonistica, disponibilità di tempo e selezione degli atleti finiscono quindi per sovrapporsi alle differenze biologiche. Una classifica non è un laboratorio: racconta ciò che è accaduto a determinate persone, in una determinata gara e in determinate condizioni.
Il carburante, la fatica e il ritmo
Uno dei terreni più interessanti riguarda il metabolismo energetico. A parità di intensità relativa, le donne mostrano mediamente una maggiore utilizzazione dei lipidi e una minore dipendenza dai carboidrati durante alcune forme di esercizio prolungato, un fenomeno al quale contribuiscono probabilmente anche gli estrogeni. A prima vista potrebbe sembrare il profilo perfetto per un’ultra, nella quale la disponibilità dei carboidrati rappresenta uno dei grandi problemi da gestire, ma sarebbe sbagliato trasformare questa caratteristica in una spiegazione universale: l’entità delle differenze dipende dall’intensità dello sforzo, dal livello di allenamento, dallo stato nutrizionale e dal metodo con cui vengono misurate. Dire che “le donne bruciano meglio i grassi e quindi sono fatte per vincere le ultra” è una formula efficace per i social, molto meno per descrivere la fisiologia.
Ancora più interessante è il capitolo della fatica muscolare, perché diversi studi suggeriscono che le donne possano mostrare una maggiore resistenza ad alcune forme di affaticamento e una maggiore proporzione di fibre muscolari di tipo I. Questo non significa che una donna “si stanchi meno” di un uomo, affermazione troppo generica per avere valore scientifico, ma che alcuni meccanismi coinvolti nel mantenimento della funzione muscolare durante esercizi molto prolungati possono comportarsi diversamente. In una gara relativamente breve la differenza può avere un peso modesto; dopo venti o trenta ore di movimento continuo, invece, anche una piccola differenza nella velocità con cui si deteriora l’efficienza neuromuscolare può diventare importante.
Poi c’è il ritmo, probabilmente uno degli aspetti più sottovalutati dell’ultra endurance. Partire troppo forte in una dieci chilometri può costare qualche minuto nel finale, mentre commettere lo stesso errore in una 100 miglia significa talvolta ricevere il conto dodici o quindici ore dopo, quando recuperare diventa quasi impossibile. In diversi studi le donne hanno mostrato mediamente strategie di pacing più regolari e conservative rispetto agli uomini, una caratteristica che non dovrebbe essere trasformata in uno stereotipo comportamentale “femminile”, ma che nelle gare molto lunghe può rappresentare un vantaggio concreto per chiunque riesca ad applicarla.
Caldo, freddo e montagna
Anche l’ambiente può modificare profondamente gli equilibri. Una recente analisi condotta su oltre 1,3 milioni di risultati di ultramaratone tra 50 e 161 chilometri ha osservato che, all’aumentare della temperatura, la velocità diminuiva in entrambi i sessi ma in misura maggiore negli uomini, determinando una riduzione del divario prestativo, particolarmente evidente quando temperature elevate e forte umidità si presentavano insieme.
Ma proprio qui bisogna distinguere l’ultramaratona dall’ultra-trail, perché cento chilometri relativamente pianeggianti e cento chilometri con migliaia di metri di dislivello, quota, freddo, caldo, terreno tecnico e lunghe discese non rappresentano affatto la stessa prova fisiologica. Nelle salite ripide tornano ad assumere grande importanza la massa magra, il rapporto tra massa corporea e potenza prodotta e la capacità di sviluppare forza, mentre quota, ipossia e basse temperature introducono ulteriori variabili che possono modificare il confronto.
Una revisione recente dedicata specificamente al mountain ultra-trail mette infatti in guardia proprio dalla generalizzazione secondo cui la distanza ridurrebbe automaticamente il divario: nelle competizioni di montagna, salita e discesa, altitudine e condizioni termiche possono contribuire a mantenerlo o persino ad ampliarlo. In altre parole, non basta sapere quanto è lunga una gara per prevedere quali caratteristiche fisiologiche saranno favorite, perché una gara non è soltanto lunga: è lunga da qualche parte.
Attenzione a non romanticizzare
Esiste infine il rischio opposto, quello di prendere alcune caratteristiche osservate nella fisiologia femminile e trasformarle in una sorta di repertorio di “superpoteri da ultra”. Sarebbe scientificamente scorretto quanto il vecchio stereotipo secondo cui le donne sarebbero inadatte alle discipline di resistenza.
Esistono infatti anche fattori che possono rappresentare uno svantaggio o richiedere particolare attenzione, dalla minore capacità di trasporto dell’ossigeno alla maggiore prevalenza di alcuni disturbi gastrointestinali e di specifiche problematiche legate alla disponibilità energetica, alla salute ossea e alla funzione ormonale. Soprattutto, esiste ancora un problema nella qualità delle nostre conoscenze: per molto tempo la ricerca in fisiologia dell’esercizio ha utilizzato campioni prevalentemente maschili, mentre gli studi specificamente dedicati alle ultrarunner sono numericamente inferiori e spesso osservazionali.
Una donna non è un uomo in scala ridotta, ma non è nemmeno un organismo “biologicamente costruito per le ultra”. Una revisione sistematica dedicata proprio a questo argomento ha concluso che esistono differenze sufficientemente interessanti da giustificare ulteriori studi specifici, ma che la qualità complessiva delle evidenze non è ancora abbastanza elevata per costruire linee guida separate e universali per uomini e donne nell’allenamento, nell’alimentazione e nel recupero delle ultramaratone.
E soprattutto non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di medie statistiche, mentre gli individui reali sono molto più complessi delle categorie nelle quali tentiamo di inserirli. Le distribuzioni delle caratteristiche fisiologiche e prestative si sovrappongono e chiunque abbia trascorso abbastanza tempo sui sentieri conosce bene la scena: prima o poi arriva qualcuno che, almeno sulla carta, sembrava meno dotato, ma che ha gestito meglio alimentazione, ritmo, sonno, temperatura e terreno e ci supera mentre noi stiamo ancora cercando di convincere lo stomaco ad accettare l’ennesimo gel.
Complementari, non concorrenti
Possiamo allora tornare, almeno idealmente, al clan da cui siamo partiti. Il vantaggio medio di potenza, forza e capacità aerobica che caratterizza gli uomini non scompare quando una gara supera i cento chilometri, così come alcune caratteristiche fisiologiche che possono favorire le donne durante esercizi estremamente prolungati non ne fanno automaticamente delle “vincitrici naturali” dell’ultra endurance. La realtà è molto più interessante proprio perché rifiuta una risposta semplice.
Quando una competizione dura trenta, quaranta o sessanta ore, essere il più veloce alla partenza rappresenta soltanto una parte del problema. Bisogna produrre energia e contemporaneamente risparmiarla, alimentarsi senza compromettere l’apparato gastrointestinale, dormire abbastanza da conservare lucidità senza perdere troppo tempo, mantenere una muscolatura efficiente dopo migliaia di contrazioni, affrontare caldo, freddo e quota e, soprattutto, continuare a prendere decisioni sensate quando la fatica rende ogni scelta più difficile.
È forse questa la ragione per cui l’ultra endurance rappresenta un laboratorio così affascinante per studiare l’essere umano. Non perché cancelli le differenze tra uomini e donne, ma perché modifica continuamente il peso delle caratteristiche che contribuiscono alla prestazione e ci costringe ad abbandonare categorie troppo semplici.
La domanda, allora, potrebbe non essere più “chi è più resistente?”, perché formulata in questo modo rischia di portarci verso una risposta che la fisiologia non può fornire in termini assoluti. Sarebbe più interessante chiedersi che cosa accade all’essere umano quando lo sforzo diventa così lungo da rendere la velocità soltanto una delle tante componenti della prestazione e quali caratteristiche permettono ad alcuni individui di continuare a essere efficienti quando altri, apparentemente più forti, cominciano a cedere.
Studiare sempre più uomini e donne nelle stesse condizioni, aumentando la presenza femminile nei campioni di ricerca e distinguendo finalmente tra strada, pista, ultramaratona e mountain ultra-trail, ci permetterà probabilmente di comprendere meglio le differenze tra i sessi. Ma potrebbe regalarci qualcosa di ancora più interessante: capire con maggiore precisione che cosa significhi, dal punto di vista biologico, continuare a muoversi quando il corpo umano viene portato molto vicino ai propri limiti.
Bibliografia e fonti scientifiche
Studi, revisioni e pubblicazioni scientifiche utilizzati come riferimento per i temi affrontati nell’articolo.
- Haas et al. (2020) — Female hunters of the early Americas. Science Advances.
Consulta lo studio → - Smallwood et al. (2023) — Analisi delle tracce d’uso degli strumenti di Wilamaya Patjxa. Scientific Reports.
Consulta lo studio → - Anderson et al. (2023) — The Myth of Man the Hunter: Women’s contribution to the hunt across ethnographic contexts. PLOS ONE.
Consulta lo studio → - Alesina, Giuliano & Nunn (2013) — On the Origins of Gender Roles: Women and the Plough. Quarterly Journal of Economics.
Consulta lo studio → - Tiller et al. (2021) — Do Sex Differences in Physiology Confer a Female Advantage in Ultra-Endurance Sport?
PubMed → - Hunter et al. (2022) — Sex Differences in Endurance Running.
PubMed → - Lanning et al. (2024) — Sex differences in ultramarathon performance in races with comparable numbers of males and females.
PubMed → - Hoffman (2015) — Sex Differences in Participation, Performance, and Age of Ultramarathon Runners.
PubMed → - Knechtle et al. (2016) — Differenze di sesso e divario prestativo nelle competizioni ultra-endurance.
PubMed → - Meta-analisi (2023) — Sex differences in skeletal muscle fiber types.
PubMed → - Temesi et al. (2021) — Sex Differences in Neuromuscular Fatigue after Mountain Trail Races.
PubMed → - Studio sul pacing nelle ultramaratone di 100 km (2015) — Influenza di sesso, età e livello prestativo sulla gestione del ritmo.
PubMed → - Studio su temperatura e ultramaratona (2026) — Impatto di temperatura, umidità e irraggiamento solare sulla velocità di uomini e donne; analisi di oltre 1,35 milioni di risultati.
PubMed → - Sex-differences in Mountain Ultra-trail Performance (2025) — Ruolo di salita, discesa, quota e condizioni ambientali.
PubMed → - Scoping review (2021) — Underrepresentation of Females in High-Dose Exercise Research.
PubMed → - Systematic review (2023) — Evidenze disponibili per lo sviluppo di linee guida specifiche per sesso nell’ultramaratona.
PubMed →
Nota: la bibliografia comprende studi originali, revisioni sistematiche, meta-analisi e review utilizzati per verificare le principali affermazioni scientifiche contenute nell’articolo. Le evidenze disponibili non consentono di attribuire un vantaggio generale a uno dei due sessi nell’ultra-endurance: distanza, dislivello, ambiente, partecipazione e caratteristiche individuali modificano significativamente il quadro.

