Gli eventi più importanti della stagione sono ormai alle spalle: LUT, UTMB, TOR… molti ultra trail runner hanno trovato soddisfazione nel portare a termine i propri obiettivi, realizzando sogni coltivati a lungo, ma non posso fare a meno di notare alcuni aspetti che meritano una riflessione.
Certe immagini sono sotto gli occhi di tutti: atleti che deambulano in modo instabile, con posture lontane dalla normale andatura bipede; corridori addormentati lungo i sentieri in pose innaturali, altri in preda ad allucinazioni per la privazione del sonno; lesioni cutanee importanti ai piedi, gonfiori agli arti inferiori, scarsa lucidità cognitiva, cadute rovinose, ricordi della prestazione confusi, e in certi casi anche il decesso per alcuni!
Ma ne vale davvero la pena ridursi così “solo” per aggiungere una medaglia da finisher alla bacheca dei trofei, insieme a un pettorale sgualcito? A colpo d’occhio, per chi è estraneo al nostro mondo sportivo potrebbe avere l’impressione di trovarsi di fronte a un semidio disceso direttamente dall’Olimpo, ma che peso ha tutto questo nella carriera di un atleta che corre sui sentieri?
Il fascino irresistibile dell’andare oltre
Non voglio mettere in discussione il valore di questi endurance trail, sempre più difficili e sfidanti, né la determinazione di chi decide di affrontare competizioni di 150, 200 o persino 300 chilometri, spesso con dislivelli positivi che si misurano in migliaia di metri.
Conosco il fascino del trail running e quella soddisfazione particolare che nasce dal raggiungimento di un obiettivo costruito attraverso mesi di allenamento, sacrifici e rinunce.
Per molti atleti non è semplicemente una gara: è un progetto di vita, un sogno coltivato per anni, qualcosa che assume un significato ben più profondo del semplice risultato sportivo.
Non tutti cercano una posizione in classifica; molti cercano piuttosto una conferma personale, mettendo alla prova i propri limiti per dimostrare a se stessi di essere all’altezza di qualcosa che sembrava impossibile, e questo merita rispetto. C’è però anche un altro aspetto, meno dichiarato: quello di soddisfare il proprio ego per esorcizzare difficoltà di vario tipo: sociali, lavorativi o di salute, o semplicemente per dimostrare che le nostre capacità fisiche e mentali reggono un approccio così estremo.
Proprio perché rispetto profondamente queste motivazioni, credo sia necessario affrontare anche una questione che, nel racconto spesso celebrativo delle grandi ultramaratone, rischia di passare in secondo piano: quanto siamo disposti a sacrificare del nostro corpo per realizzare un sogno? E soprattutto, siamo davvero consapevoli delle conseguenze?
Dedicato a quelli che arrivano quando gli altri hanno già fatto la doccia
Nelle grandi competizioni internazionali l’attenzione mediatica si concentra inevitabilmente sugli atleti di vertice: li vediamo correre a ritmi impressionanti, affrontare salite interminabili, scendere lungo sentieri tecnici con una capacità di movimento che lascia senza parole. Sono atleti preparati, spesso supportati da professionisti, con anni di esperienza specifica e capacità fisiche fuori dal comune. Poi c’è il resto del gruppo: quella parte di partecipanti che affronta le stesse montagne, gli stessi chilometri e le stesse condizioni ambientali, ma che impiega un tempo enormemente superiore per raggiungere il traguardo. Sono gli atleti che vivono la competizione per cinquanta, sessanta, settanta ore o più, trascorrendo diverse notti senza un sonno adeguato e alternando momenti di corsa a lunghissimi tratti di cammino.
Proprio osservando alcuni di questi partecipanti, soprattutto nelle fasi conclusive delle competizioni, nasce la riflessione che vorrei condividere. Non parlo della normale stanchezza che accompagna qualsiasi prova di resistenza, ma di situazioni in cui il movimento appare profondamente compromesso: atleti che procedono con un’andatura alterata, incapaci di piegare normalmente le articolazioni, manifestando dolori a ogni passo, e che in alcuni casi arrivano al traguardo con una difficoltà di movimento tale da rendere complicate anche le azioni più semplici.
Naturalmente osservare un atleta dall’esterno non permette di stabilire la gravità reale delle sue condizioni fisiche: non ogni andatura alterata indica una lesione, così come non ogni dolore rappresenta un danno destinato a protrarsi nel tempo, credo che queste immagini debbano indurci a una riflessione più profonda: quando il raggiungimento di un obiettivo sportivo smette di essere una sfida con se stessi e diventa un prezzo fisico che forse non avevamo previsto di pagare?
Il traguardo non coincide necessariamente con la fine della fatica
Nella narrazione delle grandi ultra la linea d’arrivo rappresenta quasi sempre il momento conclusivo: l’atleta taglia il traguardo, riceve la medaglia, si lascia andare all’emozione. Arrivano gli abbracci, le fotografie, i complimenti, magari un post sui social che racconta l’impresa appena compiuta. Il sogno è diventato realtà, ma che cosa accade nelle ore e nei giorni successivi?
Per alcuni atleti il recupero procede senza particolari complicazioni; per altri possono presentarsi dolori muscolari persistenti, infiammazioni cronicizzate, disturbi articolari o lesioni che richiedono una sospensione temporanea dell’attività sportiva, con un ritorno alla normale capacità di allenamento che in certi casi richiede settimane se non addirittura mesi!
Non ogni ultramaratona provoca conseguenze di questo genere, né sarebbe corretto attribuire automaticamente qualsiasi problema fisico alla partecipazione a una singola competizione, ma sarebbe altrettanto ingenuo considerare il traguardo come il momento in cui ogni conseguenza dello sforzo si esaurisce.
C’è una differenza sostanziale tra la fatica che rappresenta un normale adattamento all’esercizio fisico e un sovraccarico che compromette la capacità di allenarsi, lavorare o svolgere le proprie attività quotidiane, ed è proprio questa differenza che meriterebbe maggiore attenzione: una medaglia racconta ciò che siamo riusciti a fare, non racconta quanto tempo abbiamo impiegato per tornare a stare bene.
La cultura del non mollare mai!
Nel mondo degli sport di endurance esiste un’espressione che ricorre continuamente: non mollare mai. La troviamo sulle magliette, nei video motivazionali, nei racconti degli atleti, nelle fotografie pubblicate dopo le competizioni, è un messaggio potente, capace di trasmettere determinazione e fiducia nelle proprie possibilità, ma come ogni messaggio estremamente sintetico rischia di diventare pericolosamente incompleto se interpretato alla lettera, perché esistono situazioni in cui continuare è una scelta ragionevole e altre in cui fermarsi è la decisione più appropriata. Il problema è che, durante una competizione a cui abbiamo dedicato mesi di preparazione, distinguere le due situazioni può diventare estremamente difficile.
Abbiamo investito tempo, denaro, energie, aspettative; abbiamo coinvolto familiari e amici; abbiamo immaginato centinaia di volte il momento in cui avremmo attraversato quella linea d’arrivo. Quando mancano “soltanto” venti o trenta chilometri, dopo averne percorsi magari duecento, ritirarsi può sembrare psicologicamente inaccettabile, e si continua non soltanto perché il fisico è ancora in grado di sostenere lo sforzo, ma anche perché non vogliamo accettare l’idea di interrompere il nostro progetto. La domanda che dovremmo porci è semplice: stiamo ancora scegliendo liberamente di continuare, oppure siamo diventati prigionieri dell’obiettivo che ci siamo imposti? Non credo esista una risposta valida per tutti, ma ritengo che imparare a riconoscere il momento in cui interrompere una competizione non dovrebbe essere considerato un fallimento sportivo.
Un sogno deve necessariamente avere un prezzo così alto?
Ognuno di noi ha il diritto di scegliere quali sfide affrontare, quanto tempo dedicare alla preparazione e quali obiettivi inseguire. Non spetta a me stabilire se una persona debba correre cento, duecento o trecento chilometri, e non credo nemmeno che la difficoltà di una competizione possa essere giudicata esclusivamente attraverso la distanza o il dislivello: preparazione individuale, esperienza, condizioni ambientali, gestione dello sforzo, alimentazione, sonno e capacità di recupero contribuiscono tutti a determinare il modo in cui ogni atleta affronta una prova.
Tuttavia mi domando se, nel desiderio di spostare continuamente più avanti i nostri limiti, non stiamo talvolta perdendo di vista il significato stesso dell’attività sportiva. Corriamo per stare bene, per sentirci vivi, per esplorare luoghi straordinari, per condividere esperienze, per migliorare la qualità della nostra vita, ma in alcune circostanze arriviamo a sottoporre il nostro corpo a uno sforzo tale da dover interrompere per settimane, se non per mesi, e in casi non troppo rari, ad abbandonare del tutto proprio quell’attività che amiamo. Non sto sostenendo che si debbano eliminare le grandi ultramaratone o che gli atleti debbano rinunciare a misurarsi con distanze impegnative; sto suggerendo che il valore di un’impresa non dovrebbe essere misurato esclusivamente attraverso la quantità di sofferenza necessaria per portarla a termine, e che forse dovremmo smettere di considerare ogni atleta che arriva completamente sfinito come la dimostrazione automatica di un successo personale. La determinazione merita ammirazione, ma anche la capacità di preservare il proprio corpo dovrebbe ricevere la stessa considerazione.
E se il vero traguardo fosse poter continuare a correre?
Immaginiamo due atleti: il primo conclude una competizione di duecento chilometri, raggiunge il traguardo dopo uno sforzo enorme, e deve poi interrompere l’attività sportiva per un periodo prolungato a causa di un problema fisico. Il secondo, durante la stessa competizione, riconosce di non essere più nelle condizioni di proseguire in sicurezza e decide di ritirarsi. Chi dei due ha realmente raggiunto il proprio obiettivo?
La risposta apparentemente più semplice è che il primo ha completato la gara e il secondo no. Ma se allarghiamo la visione temporale e consideriamo il rapporto che questi atleti avranno con la corsa nei mesi e negli anni successivi, il significato di successo potrebbe assumere una prospettiva diversa. Non voglio trasformare il ritiro in una virtù né il completamento di una gara in una scelta discutibile: voglio soltanto mettere in discussione l’idea che il risultato sportivo debba essere considerato indipendentemente dalle conseguenze che comporta. Una competizione dura qualche giorno; il rapporto con il nostro corpo ci accompagna per tutta la vita, e forse, ogni tanto, dovremmo ricordarcelo.
La domanda che vorrei lasciare aperta!
Non ho scritto queste righe per giudicare chi affronta le grandi ultra, né per ridimensionare il valore di imprese che richiedono una preparazione e una determinazione straordinarie, le ho scritte perché credo che il trail running abbia raggiunto una maturità sufficiente per affrontare anche gli aspetti meno celebrativi della propria evoluzione. Possiamo ammirare chi percorre duecento chilometri e, allo stesso tempo, domandarci se quella distanza sia compatibile con la preparazione e le condizioni fisiche di ogni partecipante; possiamo emozionarci davanti a un atleta che taglia il traguardo dopo tre giorni di gara e, nello stesso momento, interrogarci sulle conseguenze che potrebbe affrontare nelle settimane successive. Possiamo riconoscere il valore della determinazione senza trasformare la sofferenza in un requisito indispensabile per dare significato a un’impresa, perché il sogno di un atleta merita rispetto, ma lo merita anche il corpo che gli permette di realizzarlo.
Vorrei allora concludere con una domanda rivolta soprattutto a chi ha già affrontato competizioni di questo genere: se per realizzare il sogno di completare un’ultramaratona di 200 chilometri dovessimo mettere in conto settimane o mesi di problemi fisici, quel traguardo avrebbe ancora lo stesso valore? Oppure dovremmo iniziare a considerare il vero successo non soltanto come la capacità di arrivare fino in fondo, ma anche come quella di poter tornare a correre, stare bene e inseguire un nuovo sogno?
Mi piacerebbe conoscere soprattutto le esperienze dirette di chi ha vissuto queste competizioni: non solo il momento dell’arrivo, ma anche quello che è successo dopo, quando le luci del traguardo si sono spente e si è tornati alla vita quotidiana.
Perché forse è proprio lì, lontano dalle fotografie e dalle medaglie, che possiamo comprendere meglio quale sia stato il reale prezzo della nostra impresa.


Ciao, io ho fatto sia il Tor des Geant (2023) che UTMB (2026) più svariate gare sopra i 100 km dalla Lut al Chianti a Verbier, il mio parere è che se un atleta barcolla procede come uno zombie ho avuto un problema in gara (e quindi si deve ritirare) oppure non aveva la preparazione giusta per partecipare a quel tipo di gara, ma attenzione a non confondere la crisi che in questo tipo di gara arriva a tutti e poi passa.
Grazie per il tuo contributo, davvero prezioso. La prima domanda è questa: un atleta in stato confusionale, provato fisicamente e mentalmente, è sempre in grado di decidere autonomamente se ritirarsi? Credo che gli organizzatori debbano prevedere controlli lungo il percorso, con personale sanitario in grado di valutare le condizioni dell’atleta e intervenire quando necessario. Altrimenti si rischia di dare più peso all’arrivo al traguardo che alla sua salute.
C’è poi una questione più ampia: fino a che punto è ragionevole organizzare prove di questo tipo? Alcuni atleti le affrontano senza conseguenze evidenti, altri accusano problemi già durante la gara o nei giorni successivi. La libertà di scegliere resta fondamentale, ma non elimina la responsabilità di ridurre i rischi prevedibili.
Per le distanze più estreme, credo valga la pena discutere se una formula a tappe sia più sensata della prova *one shot*. Perderebbe parte del suo fascino? Probabilmente sì. Ma la salute degli atleti merita di entrare davvero in questa discussione.