La prossima volta che vi iscrivete a una gara piccola, di quelle che costano un euro al chilometro o poco più, provate a guardarla da un altro punto di vista. Non solo il percorso, il ristoro, il pacco gara o la medaglia finisher, che magari sarà in legno, in carta, in ceramica, in oro finto, in alluminio riciclato o, prima o poi, in uranio impoverito per accontentare finalmente tutti e permettere ai finisher di brillare al buio. Guardate anche quello che di solito non si vede: permessi, certificati, assicurazioni, piani sanitari, volontari, messaggi WhatsApp, PEC, telefonate, meteo, ristori, pettorali, reclami e quella quantità di imprevisti che, nello sport dilettantistico, cresce spontanea meglio dei rovi a bordo sentiero.
Dietro quella gara c’è quasi sempre una piccola società sportiva dilettantistica, e dentro quella società c’è qualcuno che ha deciso di prendersi in carico tutto questo. Spesso gratis. Non “gratis” nel senso elegante della parola, con gratitudine eterna, standing ovation e statua equestre in piazza; gratis davvero, a volte mettendoci tempo, benzina, ferie, sonno, soldi e qualche discussione familiare. Poi, se qualcosa va storto, la domanda arriva puntuale come una raccomandata dell’Agenzia delle Entrate: di chi è la colpa? E lì, nello sport dilettantistico italiano, la risposta sembra già scritta: del Presidente.
Il Presidente della società sportiva dilettantistica è ormai una creatura mitologica. In alcuni ambienti, soprattutto quando c’è da scaricare una responsabilità senza sporcarsi troppo le mani, si dice addirittura che sia un’entità astratta: non lo vedi, non lo senti, non sai bene cosa faccia, però alla fine…risponde lui. Legalmente esposto, economicamente invisibile, operativamente indispensabile, dovrebbe sapere tutto, vedere tutto, controllare tutto e, soprattutto, prevedere tutto.
Se un certificato medico è falso, doveva accorgersene; se il piano sanitario viene giudicato inadeguato, doveva pensarci meglio; se un volontario cade, evidentemente avrebbe dovuto studiare meglio la formula della forza di gravità, ripassando massa, accelerazione e attrito della scarpa sul sentiero umido. Se un atleta scambia il pettorale, avrebbe dovuto predisporre un sistema di identificazione come nei silos dei missili balistici intercontinentali: iride, impronta digitale, riconoscimento facciale e interrogatorio prima della partenza. Non sono mie invenzioni causate dall’ennesima crisi glicemica post-ultra, queste sono solo alcune delle norme attualmente valide nel Bel Paese.
E se due volontari che ci aiutavano al ristoro ogni anno decidono di sposarsi proprio il giorno della gara? il Presidente avrebbe dovuto presentarsi alla porta, alla stregua dei Bravi nei Promessi Sposi, e sussurrare con tono istituzionale: “Questo matrimonio non s’ha da fare”. Non per cattiveria naturalmente, ma per esigenze organizzative. A questo punto manca solo che, in caso di temporale, qualcuno chieda perché il Presidente non sia anche laureato in meteorologia o non abbia perlomeno ingaggiato uno sciamano.
Nel mondo “normale” la responsabilità ha un valore economico: più responsabilità hai, più vieni pagato. Un dirigente firma, decide e rischia, ma ha strumenti, consulenti, assicurazioni, staff e magari perfino il parcheggio riservato; in politica la responsabilità viene evocata con solennità quando serve chiedere sacrifici agli altri, e fatta scivolare via quando diventa scomoda, comunque accompagnata da indennità, apparati, uffici e quel contorno di segreterie e minigonne da fiction ministeriale. Nel mondo delle ASD, invece, accade il miracolo al contrario: più responsabilità hai, meno guadagni, spesso non guadagni proprio nulla e, se va bene, ci metti tempo, benzina, ferie e telefonate; se va male aggiungi i tuoi soldi, notti insonni e discussioni familiari. Tradotto in lingua poco accademica ma molto realistica: il Presidente è spesso un pirla che lavora gratis.
Quando diventai Presidente, qualcuno mi guardò con un’espressione a metà tra la compassione e il referto medico e mi disse, senza scherzare troppo: “Ma sei fuori? Guarda che hai famiglia”. Nemmeno mi fossi offerto volontario per una missione su Marte, magari scalzo, e senza tempo massimo di gara. All’epoca sorrisi; oggi, ogni tanto, penso che forse non stesse esagerando. Eppure molti di noi quel ruolo lo rifarebbero domani mattina, perché ci credono davvero anche se non riusciamo a prevedere l’imprevedibile.
Ed eccoci dentro Minority Report, il film con Tom Cruise: lì cercavano di fermare i crimini prima che accadessero, qui sembra che il Presidente debba intuire in anticipo la futura furbata di ogni atleta adulto, tesserato, informato e apparentemente capace di intendere e di volere. Altro che PreCrime: qui siamo al PreRegolamento, dove se qualcuno scambia un pettorale, corre senza iscrizione o presta assistenza non autorizzata, la domanda non è più soltanto “chi ha sbagliato?”, ma “perché il Presidente non lo aveva previsto?”. E se non lo ha previsto, naturalmente, non ha fatto sufficiente opera di prevenzione.
“Opera di prevenzione” suona benissimo: pulita, istituzionale, profumata di verbale, ma dentro nasconde un equivoco gigantesco. Perché l’atleta adulto ha una responsabilità personale, e non dovrebbe essere una scoperta rivoluzionaria. In Italia, per non pagare il canone RAI, puoi presentare un’autocertificazione dichiarando di non possedere un televisore: lo Stato non manda un funzionario a controllare preventivamente ogni salotto, cucina, mansarda e garage con antenna sospetta, ti crede almeno all’inizio, poi, se dichiari il falso e ti pizzicano, il problema diventa tuo, con decadenza dal beneficio e possibili conseguenze penali. A nessuno viene in mente di prendersela con l’Agenzia delle Entrate o con la RAI perché non hanno fatto sufficiente opera di sensibilizzazione sul fatto che mentire in un atto pubblico sia una pessima idea.
Insomma le scelte individuali devono tornare ad avere un peso individuale, anche nell’organizzazione di eventi sportivi, altrimenti il messaggio diventa devastante: il singolo sbaglia, la società paga; l’atleta fa il furbo, il Presidente doveva immaginarlo; qualcuno viola una norma, il sistema cerca il soggetto più comodo da colpire, quasi sempre quello che firma.
In Veneto diciamo “ànca no” (anche no…).
Il rischio è che, a forza di aumentare obblighi, paure e responsabilità potenziali, le persone serie smettano di metterci la faccia. Quando i Presidenti seri si stancano, restano eventi che chiudono, società senza ricambio, territori senza gare e atleti che si lamentano perché “non organizza più nessuno”; oppure organizzano solo i grossi attori, quelli che mettono il business al primo posto, e allora l’iscrizione vi costa quattro euro al chilometro, con probabile suggerimento di rivolgervi a un consulente finanziario per sottoscrivere un prestito con TAEG al 17%. Già ce la vedo la brochure di “Strozzus” nel pacco gara…
Nel trail il rischio zero non esiste perché non esiste il controllo totale del comportamento umano. Possiamo fare regolamenti migliori, comunicare meglio, educare gli atleti e sanzionare chi sbaglia davvero, ma quello che non possiamo fare è continuare a costruire lo sport dilettantistico sull’idea che, quando qualcosa va storto, sia sempre colpa del Presidente, perché prevenire è un dovere ma prevedere tutto è fantascienza, e trasformare ogni Presidente in un colpevole potenziale non renderà lo sport più sicuro: lo renderà solo più povero, più impaurito e meno vivo.

